Francesco Merlo ha scritto – quasi esattamente – ciò che avrei scritto io sul pentimento di Morgan. Vi rimando dunque al suo articolo:
L’ingiusto lavoro dei bambini
C’è una evidente dimostrazione del fatto che i bambini che lavorano siano coscienti di essere sfruttati e che non siano affatto felici. Ciò che più mi ha colpito dei disegni che compongono la mostra intitolata “Il lavoro minorile visto dai bambini” (a Roma, dal dal 5 all’8 febbraio al Campidoglio e dall’8 al 14 al Vittoriano) è la sensazione di una precisa percezione dell’alienazione e dell’estraneità che i loro autori hanno rispetto al mondo del lavoro. Un mondo che già in molti casi (anche tra gli adulti) equivale a sfruttamento e che i bambini non dovrebbero proprio abitare. E non perché il lavoro faccia male, bensì perché i minori usati vengono sottratti alla scuola. Guardate questo disegno qui:
Il ragazzo che fatica sogna ciò di cui è stato privato, non c’è bisogno di commentare
E quest’altro anche lo trovo commovente, profondo; non necessita di spiegazioni
gli autori di questi disegni, 54 in tutto, sembrano molto maturi, come se il lavoro li avesse fatti crescere troppo in fretta
Insomma i bambini vedono la loro condizione di sfruttati. E sanno denunciarla. “Il fanciullo ha diritto alla libertà d’espressione” recita l’articolo 13 della Convenzione Unicef dei diritti del fanciullo
Speriamo che la mostra serva a qualcosa.
Dischi in share e doppiopesismo
C’è una nuova brutta abitudine che ha conquistato le major del disco: l’invio alla stampa specializzata di dischi immateriali. Ovvero non si ha più il diritto di avere in omaggio per una recensione o un servizio il cd fisico bensì una serie di file mp3 con una copertina in pdf da scaricare via internet. “E’ che i dischi non si vendono, non si possono mandare ai giornalisti 100 copie di un disco che ne vende appena 5000″. Giusto? Non credo, per almeno due motivi. Il primo è che un critico musicale ha il diritto e il bisogno di ascoltare la musica di cui parlerà in una qualità più che dignitosa, dallo stereo di casa, con il supporto di un booklet completo. Un critico serio sa che un disco si valuta anche nella confezione (cosa impossibile per chi si confronta con la musica liquida); sa che il suo compito è delicato e che quindi deve considerare anche la qualità dell’incisione (impensabile con gli mp3 diffusi dal pc). Il secondo è che per spingere all’acquisto di un prodotto bisogna che chi comunica al lettore le qualità di quel prodotto lo faccia attraverso un uso del prodotto stesso e in misura completa. Come si fa a consigliare l’acquisto di un disco di cui non si è fatta esperienza… del disco? Perché dovrei suggerire a qualcuno di comprare un oggetto se non so come è fatto? Come faccio a distoglierlo dallo scaricarsi gratuitamente i contenuti di quel disco visto che io ho fatto lo stesso godendo ugualmente della musica? Solo sponsorizzando l’oggetto si potrà convincere la gente a comprare l’oggetto. Leviamoci dalla testa che un disco sia solo il suo contenuto (altrimenti non vedo perché gli editori non dovrebbero mandare ai critici le semplici fotocopie, o stampe economiche – anzi i pdf – dei libri; non lo farebbero, ci sarebbe la rivolta).
Come se non bastasse c’è un seccante e offensivo doppiopesismo da parte delle case discografiche. Poiché dovete sapere che un numero esiguo di copie da inviare ai giornalisti le hanno. ma hanno bisogno della garanzia che esca qualcosa di grosso. Cioè: se fai una pagina su un giornale importante ti mandano il disco, altrimenti ti sorbisci lo share… Capite da soli che si tratta di leccaculismo ai “potenti” che contrasta con quanto i discografici adducono nel giustificare il non invio dei cd fisici. I dischi o li si manda a tutti o a nessuno; regolarsi in base a quanto uno può fare mi pare una cosa da compravendita davvero poco carina.
Quindi, per quanto mi riguarda, evito di recensire o di parlare (che sia per l’ultimo dei siti internet o per laRepubblica) un cd “virtuale”. Secondo me farlo sarebbe irrispettoso nei confronti del mio mestiere.
Ridicola gara
Non guarderò la trasmissione “Il più grande” domani sera. Un po’ perché guardo poco la tv, molto perché ho altro da fare. Se non avessi da fare, comunque me lo troverei. Ma come si fa a basare “un’Elezione” – come la chiamano quelli di RaiDue – su una competizione assurda che mescola i morti e i vivi, gente che il mondo ci invidia a gente che già in Svizzera non conosce nessuno?
Mi spiegate che c’entra Fiorello con Carducci? E Valentino Rossi con Galilei? E poi perché mancano Foscolo, Monteverdi o Vico?
Non lo so, a ’sto punto metteteci pure i Pooh. Tanto presenta il programma il figlio Facchinetti; ci mette una buona parola, magari vincono loro.
Scortesia scaligera
Ma perché alla Scala se la tirano tanto?
Perché sono scortesi e supponenti con i loro “clienti”, e cioé il pubblico che fa sopravvivere un’istituzione storica ma che non riesce a non essere vetusta? Sento spesso testimonianze di chi fin dalla biglietteria è accolto in maniera acida, repellente. Definire i guardiani del teatro milanese “antipatici” è forse troppo poco.
Siete mai stati per esempio a uno degli interessanti cicli di incontri denominati “Prima della prima”? Si tratta di conferenze a ingresso gratuito tenuti da musicologi e studiosi noti che introducono il pubblico al capolavoro in cartellone in quei giorni. Ingresso gratuito, fino a esaurimento posti; non che dopo si paghi, dopo semplicemente non è assicurato il posto a sedere. Esperienza (e la Scala ne ha) insegna che a un evento gratuito la partecipazione è sempre massiccia. Va previsto dunque un esubero di “clienti” che – sempre l’esperienza insegna – nel caso della lirica hanno una certa età. Sicché a ogni incontro la sala – che non è il teatro bensì il Ridotto dei Palchi, dunque con un numero di sedute limitatissimo – si riempie e in molti (pur arrivando 40 minuti prima dell’inizio, come è capitato a me) non possono sedersi. Molti ottuagenari non riescono a starsene in piedi per quasi due ore a sentire un pur interessante oratore parlare di Verdi o Rossini ed è normale che chiedano al personale di sala di potersi accomodare in qualche dove o di poter aggiungere una sedia alla fila precostituita. “Non sia mai! Il numero dei posti è limitato! E se aggiungo una sedia in più poi mi rovina l’estetica della platea!” Risposte aggressive e irridenti di giovani donne incaricate di “accogliere” i “clienti”. Ma cosa sono quelle due file di sedie con su scritto “riservato”? “Forse lì ci si può sedere”, osserva un’anziana signora. “No! Per carità! Quelle sono riservate agli Amici della Scala”. Dunque pagatori, mecenati, gente dei primi del XIX secolo (le signore sono spesso orrendamente dipinte) che con i soldi ha comprato pure la salvezza dei propri reni. “Signora, non c’è posto, non sia assillante. No signora lì non si può sedere. No, che fa? dove va? Signora ci sono delle regole!”. Regole sempre, buon senso mai. Come manterranno quelli della Scala i propri “clienti” e come ne conquisteranno di nuovi se non si rendono conto che stanno affondando insieme alla loro élite?
che vergogna…
I diversamente abili sanno dare spettacolo
Ieri sera sono stato a vedere una bella esibizione di un gruppo di ragazzi borderline (più o meno gravi) al teatrino Furio Camillo di Roma. Si trattava di diversi quadri sonori all’interno dei quali i ragazzi si muovevano, intervallati dalla rappresentazione delle storie vissute dai ragazzi stessi ai tempi della scuola. Ognuno di questi giovani, oggi alle soglie dei trenta anni, ai tempi della scuola subiva le peggiori angherie, in quanto “diverso” (e dunque più debole). Ieri sera quegli stessi ragazzi hanno messo in scena le loro vicende di soprusi e dispetti da parte dei loro compagni “normodotati” (e dunque infami) e subito dopo hanno ripetuto la scena mostrando però come reagirebbero oggi. E cioè con più risolutezza, magari esagerando con gli insulti (in pratica alla fine tutto si risolveva con le ex-vittime che mandavano a quel paese i compagni) ma prendendo atto così di come un handicap possa essere gestito e anche difeso.
Vero è che a vedere e sentire i disabili esibirsi provoca molta tenerezza. Ma non è la pena che deve necessariamente muovere un nostro aiuto nei loro confronti. Piuttosto è la compassione (quella sana, quella che ci permette di metterci sullo stesso piano di chi consideriamo estraneo a noi).
Nella mia esperienza di volontario per l’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) ho imparato che l’ultima cosa da avere nei confronti di chi è affetto dalla sindrome di Down è la pietà. Bisogna trattare, nei limiti del buon senso, il malato psichico il più normalmente possibile: premiarlo e agevolarlo quando è il caso, punirlo o vietargli certe azioni quando è giusto farlo. In molti casi queste persone sono consapevoli del loro handicap e pertanto se ne approfittano facendo azioni o richieste del tutto esecrabili nella certezza che chi interagisce con loro si commuova e li accontenti. Non deve essere così: la prima forma di rispetto nei confronti di queste persone è proprio trattarle come tratteremmo noi stessi.
Venerdì sera un gruppo di giovani psicoborder suoneranno per venti minuti aprendo un concerto jazz presso la Casa dell’Architettura in piazza Manfredo Fanti…
Fermate la trasmissione “Italian’s got talent”!
Oltre ad essere una ridicola “Corrida”, prende in giro le persone. In questo momento (ore 23.00, canale5) stanno facendo credere a una ragazza obesa che si è esibita con “Casta Diva” dalla Norma che potrà diventare una grande cantante. La giuria composta da Gerry Scotti, Rudy Zerbi e Maria De Filippi si è fintamente commossa e ha promosso una tenera ragazza disoccupata che vorrebbe vivere di musica ma che è soltanto intonata, difficilmente diventerà una grande cantante lirica. Hanno sentito un pezzo d’opera e si sono esaltati nella loro ignoranza. Sono imbecilli che prendono in giro chi sogna. Fermateli.
Le streghe di Venezia? Anche no
Avrei voluto scrivere una critica appassionata, argomentandola, ma ho trovato la nuova opera di Philip Glass davvero straziante. Brutta la storia, brutta la messa in scena, solita la musica. Gli interpreti sono davvero scarsi, i bambini in particolare; si salvano le due adulte. Insomma neanche mi va di recensire una snervante e respingente recita scolastica. Evitatela.



