La sparizione dei biglietti “ha chiamato …”

Novembre 24, 2009 - Leave a Response

Da quanto tempo è che tornati a casa non trovate più un biglietto sul tavolo con su scritto (da chi vive con voi) chi vi ha cercato al telefono? A me è rimasta l’abitudine di guardare se c’è qualche messaggio per me, ma da tempo non ne trovo più. Del resto ormai si viene chiamati al cellulare. Non solo, si viene chiamati prima al cellulare che a casa… sempre che chi telefona abbia il numero del telefono fisso. Il numero dell’abitazione è ormai quello che si dà solo in un secondo tempo, esattamente al contrario di quanto si faceva prima, all’alba della telefonia cellulare. Considerazione banale, lo so, ma stasera tornato a casa ho guardato sulla scrivania… forse speranzoso, comunque sorpreso che – a casa – non mi avesse cercato nessuno. Chissà perché.

E oggi E.T. telefonerebbe ancora … (a) “casa”?

Che belle le lezioni di musica all’Auditorium

Novembre 22, 2009 - Leave a Response

Eppur – qualcosa – si muove. Andando al Parco della Musica stamattina mi chiedevo: “ma quanta gente ci sarà che di domenica alle 11.00 vuole assistere alla lezione di Carla Moreni (amica e professionista che stimo) su Pergolesi e Vivaldi?”. Beh, pensavo poca; e anche lei, Carla, probabilmente non si aspettava di trovare invece una Sala Sinopoli così gremita. Le Lezioni di Musica che da qualche tempo sono organizzate all’Auditorium romano non sono propriamente un’invenzione geniale, nel senso che si basano su un semplice concetto didattico: l’esperto che parla a una platea mediamente ignorante ma desiderosa di apprendere. Nulla di nuovo dunque se parliamo dell’idea, ma tutto è nuovissimo se constatiamo il successo di pubblico discente e soprattutto l’esito performativo di tutti i musicologi professionisti che si susseguono. Ogni lezione, oltre a essere interessante di per sè, è diversa dall’altra non solo per argomento (recentemente si usa illustrare coppie di compositori coevi) ma anche per modalità di svolgimento. C’è chi si accompagna al pianoforte, chi quasi organizza uno spettacolo teatrale, chi preferisce un approccio più tradizionale col metodo frontale… Sta di fatto che ogni appuntamento è unico. E applauditissimo. Insomma la gente si interessa, annuisce, scambia commenti, chiede infine informazioni al relatore. Evidentemente i romani non sono poi così pigri. Me ne ero già accorto l’anno scorso, però anche oggi mi sono stupito. Certo, è da riscontrare come al solito un’età media piuttosto alta (e stavolta il problema non è nei prezzi del biglietto, giacché costa solo 5 Euro), ma aspettiamo speranzosi di vedere presenti e plaudenti i minori di trenta anni. Magari è solo una questione di tempo. Magari.

(per l’anno prossimo voglio candidarmi)

Sting legge Schumann

Novembre 20, 2009 - Leave a Response

La romantica e sofferta storia d’amore tra Robert Schumann e Clara Wieck rivive grazie a Sting, sempre più propenso ormai a realizzare progetti alternativi alla musica pop, e alla moglie Trudie Styler. E questa volta non si tratta certamente di sesso tantrico, bensì della lettura della corrispondenza tra Schumann e la giovane Clara, sua studentessa e amata, con l’accompagnamento delle musiche composte dai due musicisti tedeschi. Il Dvd Twin Spirits, che esce oggi in Italia, vede Sting e Trudie farsi interpreti di una delle coppie più famose del romanticismo tedesco; un rapporto complicato, ostacolato dal padre di Clara che è stata una delle pianiste e compositrici più importanti di sempre: «Questa storia d’amore – osserva Sting – può introdurre alla musica classica anche le persone che normalmente non l’ascoltano». La vicenda è estremamente toccante poiché oltre a essere intrisa dal sentimento amoroso è dominata dal comune spirito della musica: «Ascoltare la musica di Schumann mentre si racconta la sua storia è un’esperienza intima, emozionante e seducente». 

Jamie Cullum e… gli autografi che fanno vendere dischi

Novembre 18, 2009 - Leave a Response

C’è un jazzista che piace anche alle ragazzine. Ieri sera al concerto romano di Jamie Cullum a c’erano giovanissime spettatrici con atteggiamenti da fan dei Tokio Hotel. Cullum non è forse un jazzista puro ma è divertito e divertente; fa esattamente ciò che un giovane musicista dovrebbe fare. E poi ha una magnifica band di ragazzi polistrumentisti (il batterista, tra l’altro, sembra Kurt Cobain). Presentava il nuovo disco, The Pursuit, ieri Cullum all’Audtorium. Disco di canzoni frizzanti ed energizzanti. Finito lo showcase tutto il pubblico era invitato all’adiacente libreria per gli autografi del cd. Ho pensato che questa trovata, oltre a essere l’ottimo modo per vendere che sappiamo, sia anche un’occasione per tornare a comprare l’oggetto disco. Una fila lunghissima di persone, soprattutto giovani ormai avvezzi più al downloading che all’acquisto dei cd, esuberava gli spazi della libreria Notebook. Tutti i titoli di Cullum erano terminati (e l’ultimo e i precedenti), con somma lementatio di chi non era riuscito ad acquistarne uno in tempo per l’autografo. Entra Jamie e comincia la lunga sequela di firme e dediche. Un ragazzo della sicurezza ha detto meravigliato a un suo amico: “saranno dieci anni che non compro un disco, e ormai neanche più ne masterizzo: butto tutto sull’mp3″. Ora, presumibilmente, in molti di quelli in coda per gli autografi riempiono giornalmente il proprio hard disk di musica, lasciando vuoti i propri scaffali dai dischi. Però l’occasione di ieri, quella di portarsi a casa un oggetto impreziosito dal segno personalizzato e ulteriore (oltre a quello musicale, cioè) dell’artista, rincuora un po’: forse i dischi, anche solo come supporto per una firma, servono ancora.

Chris Squire, gli Yes… e che incazzatura

Novembre 7, 2009 - Leave a Response

Ieri era l’ultimo giorno utile per pubblicare l’intervista che ho fatto a Chris Squire in occasione del tour italiano dei nuovi Yes. Ho intervistato il bassista il 15 ottobre e in più di tre settimane alla redazione Spettacoli non hanno trovato il modo di pubblicarla (neanche ridotta ai minimi termini, come spesso fanno)… vabbè, inutile dire che mi rode (un giorno pubblicherò qui uno sfogo su come vengono passate le notizie).

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«Abbiamo un nuovo cantante e un nuovo tastierista ma la band vola alto come sempre». Il virtuosismo e lo spettacolo incandescente degli Yes non saranno traditi dalla nuova formazione un po’ spuria, assicura il bassista Chris Squire, fondatore assieme Jon Anderson di una delle band più longeve e importanti del progressive rock. In piedi dal 1968, con frequenti cambi dei componenti nel gruppo, gli Yes tornano in tour in Italia con tre date (il 2 a Vicenza, il 4 a Roma e il 6 a Milano) per festeggiare 40 anni dal loro primo album. Certo, mancheranno due storici membri: Jon Anderson, che sarà sostituito dal canadese Benoît David, un formidabile sosia vocale – notato proprio da Squire – leader di una loro cover band, e il mago delle tastiere Rick Wakeman, che invece manderà il figlio Oliver affinché si faccia le ossa. Ma insieme faranno anche un disco l’anno prossimo e Squire, che a parte una parentesi negli anni 80 è stato quello che vanta la maggiore permanenza nel gruppo, è felicissimo di tornare a suonare con la nuova-vecchia band. A 60 anni suonati e con una nuova figlia nata pochi mesi fa.

Ci racconta, Mr. Squire, di questa curiosa formazione?

«Jon Anderson ha gravi problemi di respirazione da un po’ di anni, problemi che lo hanno portato più volte in ospedale. Attualmente non può cantare. E così circa un anno fa, lo abbiamo sostituito con Benoît David, che oltre a conoscere tutte le nostre canzoni a memoria, canta benissimo. Sono bastate poche prove. E poi c’è Oliver Wakeman, il figlio di Rick, alle tastiere…

In cosa Oliver è simile e in cosa diverso dal padre?

«In comune col padre ha di essere un grande musicista. È però più meticoloso, organizzato, cerca sempre di riprodurre le sue parti più fedelmente possibile. E sa quanto è complesso il suo ruolo. Mi piace molto. Rick è invece più sregolato ma è un inimitabile showman».

Perché Rick non ha potuto seguirvi?

«È impegnatissimo, è sempre in giro. Presenta programmi in tv, è protagonista di show radiofonici e fa concerti in continuazione. È molto popolare nella televisione britannica e non ha tempo».

Nella lunga vita degli Yes ci sono stati periodi caratterizzati da stili completamente diversi, ce n’è uno a cui è più attaccato?

«No, mi piacciono tutti. Sono avvenuti molti cambiamenti di stili e di persone che hanno portato non nuove energie e nuove idee. È proprio questo che ha permesso alla band di rinfrescarsi e prendere nuove direzioni».

E i vostri saranno dunque concerti lunghi che ripercorreranno tutta la vostra storia…

«Certamente. Faremo pezzi dal primo album “A Time and a Word” per giungere a dischi come “Drama” del 1980, quello con Trevor Horn e Geoff Downes; suoneremo i classici da “Fragile”, “Close to the Edge”, “The Yes Album” e arriveremo fino a quelli più recenti».

Il suo modo di suonare il basso è molto personale, ma ha avuto un riferimento tra i grandi bassisti?

«Mentre imparavo a suonare ero influenzato da Paul McCartney, Bill Wyman, Jack Bruce, John Entwistle. Avevo molte possibilità di copiare idee, però non ho mai amato imitare qualcuno, piuttosto ho preferito prendere spunti da ognuno».

A che punto è con il disco che sta incidendo con Steve Hackett?

«Ci siamo quasi, tra poco sarà terminato, sto lavorando molto in studio proprio in questi giorni. Siccome non riusciamo a vederci spesso, ci inviamo le tracce via Internet così lui mi fa sentire le sue parti di chitarra senza che debba venire in studio. Suoniamo insieme già da un po’, faremo presto concerti, è una collaborazione che definirei “Squackett”».

Io ho visto il concerto a Roma. Quello che mi ha detto Squire, che possente (forse troppo presente) sul palco è ormai il nuovo leader, è vero: David è un clone di Anderson, e Oliver Wakeman non ha le capacità performative del padre. In particolare questo giovane mi ha deluso. Non ha fatto altro che eseguire un compitino, senza estro, senza visibilità; a volte ci si domandava se fosse vivo. E poi ha optato per un suono di moog davvero discutibile. E Steve Howe ancora si distingue come chitarrista raffinatissimo e ineccepibile.

Sakamoto

Novembre 3, 2009 - Leave a Response

Ho già scritto qui che Sakamoto mi annoia. Ma magari a qualcuno interessa leggere l’intervista che oggi è uscita in versione ridotta sul giornale:

Sarà difficile per il nostro pubblico perdersi l’atteso ritorno Ryuichi Sakamoto. Sono ben dieci le tappe italiane nel tour europeo del compositore e pianista giapponese che parte da Reggio Emilia per fermarsi il 5 novembre a Milano, passando per Firenze, Catanzaro, Palermo, Roma, Civitanova Marche, Treviso, Torino e Ferrara. Un grande giro d’Italia per celebrare oltre al suo ritorno, il pianoforte, lo strumento prediletto, protagonista anche della sua ultima raccolta Playing the Piano, che uscirà anche in edizione doppia accompagnato dal disco di inediti Out of Noise. E ogni performance live del tour sarà disponibile il giorno successivo su iTunes.

Con questo disco e con il tour lei ritorna al pianoforte. Quanto è importante e perché questo strumento per lei?

«Ho iniziato a suonare il piano quando avevo tre anni e lo suono ancora. Non so suonare altri strumenti così bene, è quello a me più vicino. La maggior parte dei pezzi che ho scritto erano originariamente per il pianoforte, anche quelli che sono diventati sinfonie».

Il pianoforte è riuscito a conquistarsi un ruolo da protagonista anche nella musica leggera. In Italia casi come Einaudi o Allevi vendono dischi e riempiono le sale con l’ausilio del solo strumento. Come spiega questo potere della tastiera?

«Al piano puoi anche suonare una sinfonia, è uno strumento versatile. Molti compositori del passato come Brahms o Beethoven hanno scritto capolavori orchestrali con il pianoforte. In questo senso è il re degli strumenti, ma ha anche dei limiti. Non può per esempio generare suoni tra una nota e l’altra come fanno gli strumenti a fiato o gli archi. E poi è pesante, non lo puoi portare con te come la chitarra. Ho sempre invidiato i chitarristi, anche sul palco nelle rock band i tastieristi sono sempre nascosti dietro il loro strumento, non possono esporsi come il cantante o il chitarrista. L’unico modo per farsi vedere per intero dal pubblico è sedersi sulle tastiere».

Userà due pianoforti in tour: che genere di concerti farà?

«Saranno concerti molto vicini al nuovo disco, eseguirò pezzi molto popolari e alcuni tratti da Out of Noise. Ho bisogno di due pianoforti perché alcuni brani hanno arrangiamenti piuttosto complessi. Uno dei due strumenti sarà connesso a un sistema midi e sarà quindi suonato da un computer. Ci sono brani per i quali avrei addirittura bisogno di otto pianoforti…»,

Ha collaborato con molti artisti, c’è qualcuno che le manca, che vorrebbe fosse un suo prossimo partner artistico?

«Ho un progetto in corso con Alva Noto, siamo in contatto, ci scambiamo idee e file musicali via mail. In futuro potrebbe esserci una nuova collaborazione con David Sylvian, ma anche con persone che non conosco; non mi precludo nessuna possibilità».

Nella sua formazione musicale ha avuto più peso la tradizione colta occidentale o quella orientale?

«La mia musica è per il 99% di tipo occidentale, ma puoi sentirvi la tradizione giapponese. Inserisco alcuni elementi asiatici, ma l’Asia è enorme e non c’è una sola cultura musicale. Non ho mai usato seriamente strumenti tipicamente orientali, però dal prossimo anno comincerò a lavorare a un concerto per koto e orchestra».

Quanto contano l’elettronica e la tecnologia nella sua produzione?

«Il pianoforte rimane centrale, però la tecnologia è fondamentale per la cultura. Si evolve lo studio, si evolve il computer. Credo che il computer sia sempre più importante non tanto per risuonare la musica vecchia, quanto piuttosto per la creazione di nuovi suoni in tempo reale».

L’immondo Pinocchio di RaiUno

Novembre 2, 2009 - Leave a Response

Quanto è inguardabile da 1 a 10 la fiction di RaiUno che dovrebbe narrare le avventure di Pinocchio? Io darei il voto massimo allo scempio fatto di una delle più belle storie di sempre. Attori italici cani, i somari invece sono perfetti. Doppiatori peggiori: il grande Bob Hoskins ha la voce italiana di un pessimo Massimo Ghini. Luciana Littizetto è ridicola; da Violante Placido non potevo aspettarmi di più, però alla fatina che dorme vestita e che versa lacrime azzurre doveva sapersi opporre; parlare di Gassman Alessandro è come sparare sulla croce rossa. Soprassediamo sul bambinocchio che è un minore e magari sogna una plausibile carriera. E quante contraddizioni! Persino il famigerato pescecane è rappresentato come una balena, un cetaceo: ha infatti la pinna caudale orizzontale e dunque non è un pescecane. Così come il paese montano ove si svolge la scena è indistintamente coperto di neve e in riva al mare (la Buy-maestra dice: “torniamo a scuola ragazzi”… e sono al mare e la scuola è in montagna!). Pinocchio non sa nulla, non è mai andato a scuola, ma quando è asino sa fare di conto; si getta in acqua per la prima volta e ha uno stile libero perfetto. E poi gli effetti speciali… specialmente orridi come nel caso delle marionette animate al computer (che nella fattispecie deve essere stato un Commodore 64 o al più un Amiga 500) o in quello del somaro precipitante legato al sasso che si vede che è un pupazzo, fatto peggio del primo King Kong (quello del 1933). Vogliamo poi parlare della musica patetica che durante la festa nel paese dei balocchi scimmiotta Petruchka? O del fatto che sia stato appena accennato il centrale tema delle bugie e del naso allungantesi? Meglio di no.

Quanto ci mancano Disney e Comencini? 

Il violino di Stefano Montanari

Novembre 2, 2009 - Leave a Response

Stefano Montanari, in concerto a Torino il 22 e il 24 novembre con un programma vivaldiano che alterna opere notissime a pagine meno frequentate, ha collezionato durante una lunga carriera – a dispetto di un’età piuttosto giovane – diverse esperienze come violinista (è primo violino dell’ensemble Accademia Bizantina) e come direttore d’orchestra, mettendo mano al repertorio classico e contemporaneo, specializzandosi infine in quello barocco italiano.

Ma c’è ancora qualcosa che vuole ancora fare?

Non mi pongo mai obiettivi a lungo termine, molte cose sono arrivate casualmente. Certo vorrei suonare un repertorio che ormai non faccio più (come il Concerto di Mendelssohn). Ultimamente non riesco a spingermi oltre Haydn e Mozart. Per come la penso io, rivedrei però dal punto di vista interpretativo anche il repertorio classico. La filologia si deve occupare di tutto e quindi anche il repertorio classico-romantico. Vorrei fare per esempio una lettura filologica del repertorio verdiano.

Con rapporto ha con la musica d’oggi?

Ne ho avuto uno stretto fino a un po’ di tempo fa. Non l’ho più frequentata poiché andava approfondita e non avevo tempo di coltivarla come avrei voluto. Penso che si debba fare un po’ attenzione, negli ultimi anni il discorso sulla musica contemporanea si è impantanato. Se fossi un compositore oggi ricercherei più, mi sembra che ci si sia fermati rispetto all’esplorazione dei linguaggi, non vedo più la spinta verso il diverso. Se la musica colta vuole avere una chance di sopravvivere deve andare in una direzione in cui il linguaggio sia ricercato ma non di nicchia.

Lei sta scrivendo un Metodo per violino barocco. Di che si tratta?

L’ho pensato per i miei allievi, come supporto testuale alle lezioni che facevo. Pensavo fosse più semplice; il problema è di ordine pratico, non sta nel spiegare le tecniche, ma nell’impostazione generale, poiché deve essere chiaro e indirizzato a tutti i violinisti, in particolare poi a chi si specializza nel repertorio barocco. Non è giusto parlare di tecnica del violino barocco e tecnica del violino moderno. Il violino è un violino, semmai questo trattato sfata falsi miti come quello secondo cui per esempio il violinista barocco non vibri mai. Sono cambiate le mode, ma il vibrato esiste da sempre. L’ho impostato più che come metodo, come una sorta di saggio, di unica lezione.

In cosa si somigliano e in cosa si differenziano i pezzi in programma?

La Sinfonia dell’Olimpiade ha un primo movimento spettacolare, di impatto; il secondo, in particolare, è un largo molto interessante dal punto di vista melodico e ritmico. Il Concerto per violino in Sib è piuttosto raro, è molto teatrale poiché sembra una messa insieme di scene di un’opera: ogni intervento del violino ha un carattere e una scrittura determinati e tutti slegati l’un l’altro. Il Concerto per quattro violini mi permette di non essere l’unico protagonista e valorizzare gli elementi dell’orchestra, che davvero se lo meritano. Le Quattro stagioni non sono concerti normali, si tratta di un’opera molto complessa, in cui i particolari sono intoccabili. Basta modificare qualcosa, il tempo con cui si affronta un momento musicale, e cambia tutto il carattere della stagione.

Con la musica antica in Italia siamo poi messi così male?

Anche se i gruppi italiani sono i più apprezzati al mondo per un certo repertorio (quello italiano barocco in particolare) in Italia hanno vita difficile. Più che altro non c’è continuità, progettualità: c’è un momento in cui si lavora tanto e bene e poi improvvisamente, magari perché cambia il contesto politico, tutto si ferma. C’è un metodo di lavorare un po’ provinciale, si prendono contatti col singolo anziché con le agenzie che possono organizzarti una tournée. Nel nostro Paese purtroppo vale ancora il contatto, l’amicizia, la trattativa privata, e questo può rendere le cose molto difficili. 

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* Questa intervista è “l’alternate take” di quella più stringata apparsa su Sistema Musica che punta l’attenzione sull’interpretazione assolutamente particolare – invero un po’ destabilizzante – che Montanari fa delle Quattro Stagioni.

Povero pianoforte, re dell’easy listening

Ottobre 29, 2009 - 3 Responses

Sarà la crisi, sarà che non c’è più voglia di impegno, sarà che l’umanità è stanca, sarà che la tv ha annichilito il pensiero e ogni tipo di conatus intellettuale… o forse è stato sempre così. Il fatto è che la musica facile trionfa, e il fatto più grave è che questa venga considerata di alto livello. E questo spesso è dovuto allo strumento principale utilizzato, che è il pianoforte.  Sono stanco di parlare (male) dei fenomeni di Allevi o Einaudi, però oltre a non arrestarsi il successo di questi bluff, non si ferma neanche il pudore di nuove leve che si affacciano al mondo musicale sulla scia dei bluff stessi. Ora c’è questa Federica Fornabaio, buona pianista e direttrice d’orchestra, che nel suo disco d’esordio non ha fatto altro che scrivere il già scritto. Attenzione, non riscrivere, che prevederebbe almeno un’opera di revisione, ma di scrivere ancora sotto spudorata dettatura di un orecchio abituato a suoni scontati e rassicuranti. Insomma ci costringe a riascoltare il piacevole già sentito.

E poi ieri che noia Sakamoto. Due ore di musichetta, di pianismo che – come quello di tanti di cui forse Sakamoto per certi versi è anche il padre – senza un acquario, uno spot, un’immagine, un ascensore, non dà nulla; solo una noia mortale. Questo è il problema della musica debole (prendo in prestito la definizione azzeccata ma non ancora esatta di Quirino Principe): senza supporti visivi (nel caso di chi scrive colonne sonore), ambientali (chi fa new age o musiche per rilassarsi come gli esempi suddetti) o semantici (le parole nella canzone leggera), non funziona. La musica, intesa come suono, è autosufficiente certo, ma come ogni cosa gode di fruibilità maggiore e di autossussitenza in proporzione al suo livello di complessità. Altrimenti… nun gliela fa’.

Diffidate di Sakamoto & Co.: vanno bene a commento di un filmato suggestivo, ma un loro concerto può essere fatale.

Salviamo l’italiano

Ottobre 20, 2009 - Leave a Response

Qualcuno si batte per salvaguardare il congiuntivo (il mitico SIC è pregevole). Qualcun altro crea gruppi su facebook sostenendo invece che se è destino che muoia, allora si trascini pure lentamente fino alla fine.

E poi nuove missioni per salvare la nostra lingua…  E del resto anche io mi occupai della questione “italiano in pericolo“.

Solo che da tempo mi chiedo: ma se ora ci dobbiamo trovare a recuperare, a salvare l’italiano, le sue regole, i suoi termini in via d’estinzione, di chi è la colpa? Se c’è una evoluzione naturale non si può fare altro che assecondarla, guai a ostacolare un processo che ci vedrebbe perdenti. Ma se la responsabilità è di qualcuno – o di qualcosa -, questo bisogna essere in grado di rintracciarlo. Ma è impossibile farlo. Non si può certo stabilire che una o più persone a un certo punto abbiano smesso di loro iniziativa e senza motivazione di  usare il congiuntivo o di abolire certi termini o di modificare la dizione corretta di alcune parole (mai capirò perché dalla corretta pronuncia “scandinàvo” si sia passati oggi senza spiegazione a quella scorretta ma diffusa al 99% “scandìnavo”). Se faccio domande del genere ai linguisti mi viene risposto che la lingua si evolve, non c’è spiegazione; avviene così e non ci sono crinali, momenti topici in cui è avvenuto il cambiamento. E allora? Non sarà – e tuttavia io difendo il congiuntivo – che è normale che certe abitudini prendano (o prendono) il posto di altre?