Arte all’Aquila, città da ascoltare.

L’opera d’arte come organismo vivente è un concetto molto indagato, su cui le riflessioni (anche se solo di tipo mistico) si sono spese da sempre. È un tema però particolarmente caro all’arte contemporanea che ha cercato spesso di far coincidere due piani classicamente separati: oggetto artistico e spettatore. Non sempre i risultati sono stati felici ma il caso del compositore Michelangelo Lupone e dell’artista visiva Licia Galizia è particolarmente interessante. Musica in Forma, installazione sonora di arte adattiva con successo realizzata a Roma e che verrà riproposta all’Aquila stasera alle 22.3o assieme a diversi altri spettacoli musicali, è un pregevole tentativo di coinvolgere attivamente il fruitore dell’opera. Il tutto consiste in tre sculture modulari basate sulla tecnologia dei Planofoni, ingegnoso parto del CRM. Si tratta di sistemi vibranti costituiti da pannelli di vari materiali (metalli e legno in particolare) in grado di diffondere un suono che si modifica all’azione del pubblico su di essi. La cosa che infatti colpisce subito di queste forme magnifiche, oltre alla loro bellezza e all’impatto visivo, è che la Galizia permette qualcosa di straordinario, difficilmente ammesso da altri artisti, ovvero: mettere le mani sulle proprie opere. Il visitatore può interagire davvero con la scultura modificando la forma delle lastre, cambiandone la posizione, sfregandole. I pannelli vibrano per mezzo di attuatori invisibili distribuiti sull’opera e connessi a una scheda madre a sua volta controllata da un computer. Le opere stesse poi interagiscono tra loro: «I Volumi adattivi – spiega Lupone – hanno una certa indipendenza. Non si cerca una conoscenza dell’oggetto da parte del fruitore, bensì un ascolto dell’opera». Dunque il rapporto causa effetto è completamente rivisto, fa capo a una concezione quasi orientale, basata sull’aleatorietà, sull’imperscrutabilità dei risultati di certe nostre azioni. È come avviene nel buddismo, in cui per le cause che si mettono non si sa quali effetti si avranno e quando. L’opera non ci dice cioè a che suono corrisponde una data forma o un dato gesto. Un approccio di tipo cartesiano, meccanicistico, è allora sbagliato, poiché queste sculture non vanno intese come strumenti, non rispondono cioè al paradigma generativo di una causa che può provocare uno o più effetti prevedibili. Trattandosi di opere d’arte con una memoria, e dunque una “crescita”, l’analogia più corretta da fare può essere quella con l’essere vivente. Lupone, pensando a una musica in trasformazione, in evoluzione, ha conferito una sorta di anima alle opere di Licia Galizia, accorciando sempre di più le distanza tra creatore e creatura.

Dunque, se da una parte si infrange il sogno di poter effettivamente capire che genere di musica una data forma possa comportare, dall’altra  ci troviamo di fronte a una plausibile espressione artistica delle leggi di natura.

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