L’italiano, perdìo

Sono rimasto piuttosto basito nel constatare, al termine di un incontro pubblico con Luca Serianni (noto linguista) tenutosi a Sarzana in occasione del Festival della mente, di quante persone (a me sembravano pressoché tutte) si stupissero di aver finalmente compreso l’uso corretto di “piuttosto che”. Sapevo dello sbagliato utilizzo che se ne fa, mi sono sempre scagliato contro, ma ogni volta mi sorprendeva che tutti si accorgessero improvvisamente di aver sempre errato sostituendo “piuttosto che” alla disgiunzione “o”. E sì che ne abbiamo di parole candidate (“ovvero”, “oppure”), mentre è chiaro che dall’altra parte i sostituti corretti siano “invece di”, “anziché”.

Per l’occasione ripubblico qui un mio vecchio editoriale (uscito, pensate un po’, su una rivista musicale) contro gli abusi e – concedetemelo, visto l’argomento – misusi della (e nella) lingua italiana.

In qualche modo… quale?

È diverso tempo che nel nostro parlare si è insidiato un nuovo virus, una locuzione di cui sembra non si possa più fare a meno, che rende assuefatti anche i più stimabili oratóri. Essa è “in qualche modo”. L’espressione dell’indecisione più assoluta, una interiezione tra le più articolate di sempre, un approdo giustificativo che ci sta sempre bene e che, se incrociato ad altri vizi potrebbe dar luogo a parossismi letali: “Quindi, alla fine – in qualche modo – possiamo dire, tra virgolette, che, in un certo senso…”.

Viene usata, questa espressione, come se fosse una virgola, entra rapidamente nelle orecchie poiché ha senso, e salva, come una premessa, dall’intenzione della proposizione successiva. Intercalandola ogni tanto nel discorso, ci si difende dalle obiezioni, o meglio, si attenua l’affermazione che ne segue, prendendo nel contempo una pausa senza compromettere la fluidità del discorso.

Adriano Sofri ha osservato giustamente che si tratta solo dell’abuso del momento, una moda, dopo essere passati per anni di “insomma”, “appunto” e “cioè”. Ma la cosa più interessante è che attribuisce piena responsabilità alla televisione. La quale, è vero, ha fatto – e fa – tanto per far regredire il nostro italiano, ma che non può essere l’unica responsabile dal momento che certi insegnanti, o più in generale presunti uomini di cultura, alcuni dei quali pure dichiarano di non servirsi mai del mezzo incriminato, diffondono già dall’aula cattivi usi dell’italiano.

Non v’è praticamente più nessuno, per esempio, che pronunzi “scandinàvo” o “guaìna”, che si ricordi di dire “gli pneumatici”. Mentre tutti si preoccupano di scagliarsi e accanirsi contro falsi errori. Come “obbiettivo”, o il famoso “sé stesso”. Pure il Serianni, tra i più elastici e disposti ad assecondare il mutare della nostra lingua, nella sua Grammatica Italiana scrive: «Senza reale utilità la regola di non accentare quando sia seguito da stesso o medesimo […] è preferibile non introdurre inutili eccezioni e scrivere sé stesso e sé medesimo».

Per non parlare poi dei verbi intransitivi che vengono violentemente convertiti. Su tutti, “abusare” è oggi indistintamente, ed erroneamente, usato anche come transitivo soprattutto dai giornalisti che, con la scusa dell’assertività necessaria ai titoli, scrivono cose del tipo: “bambini abusati dai pedofili”…! E ancora i giornalisti sono tra i maggiori fautori di un utilizzo irresponsabile del piuttosto che come surrogato disgiuntivo per elencare le opzioni. Una frase come “si può andare al cinema piuttosto che a teatro” è palesemente errata e, come scrive Ornella Castellani Pollidori, «…non c’è bisogno di essere dei linguisti per rendersi conto dell’inammissibilità nell’uso dell’italiano d’un piuttosto che in sostituzione della disgiuntiva o». L’Accademia della Crusca ancora si batte e nessuno la ascolta.

Ma veniamo al cruccio che affligge tutti, ma proprio tutti, ovvero: il plurale di “Euro”. Ora, non ci sarebbe niente di male se, come avviene per gran parte dei sostantivi maschili, il plurale terminasse in “i”. Dire “gli Euri” potrebbe essere una plausibile e logica condizione grammaticale. Ma si è deciso che il nome di questa moneta, evidentemente in linea con il fatto che sia unitaria, non voglia declinazione alcuna e che anche il suo plurale rimanga “Euro”. E allora, una volta che conosciamo la norma e che pure accetteremmo la finale in “i”, come diavolo è possibile che oggi sia preponderante addirittura una terza opzione che arriva persino a cambiare, nel plurale, il genere? “Mi dai cinquanta euro?”, “Te le ho messe lì, sul tavolo”… Le cinquanta euro? A meno che su quel tavolo non ci siano monete per un totale di cinquanta euro, tale espressione è ingiustificabile. È vero che in testa abbiamo ancora le lire, ma né memoria né nostalgia ci autorizzano ad applicare le regole per nostro conto. È pur vero, però, che se andiamo a servirci autonomamente presso un noto distributore di carburante, il display del selezionatore di pompa, una volta inserita la banconota, segnala “accreditate euro x”. Se insomma oltre a sentirli certi strafalcioni, li leggiamo pure, risulta chiaro che ne rimaniamo vittime. Del resto non possiamo pretendere accademismo da chi gestisce derivati del petrolio, ma da chi si erge a difensore della nostra lingua forse sì. Tempo fa intervenne in un programma radiofonico un linguista che sosteneva strenuamente l’evoluzione della lingua, senza paletti. In particolare portava a esempio la derivazione dei verbi dai sostantivi. Accettava, anzi sdoganava senza riserve, la parola “cantierare”, e cioè “mettere in cantiere”. Ma quando possiamo accogliere definitivamente una parola nel nostro dizionario? Forse quando qualcuno portatore di un certo credito intellettuale fissa un vocabolo? Oppure quando l’uso comune e continuato di un termine lo fa entrare automaticamente nel linguaggio abituale? Questo caso sarebbe grave, visto che le cattive abitudini enunciate sopra sono già appannaggio di tutti. Perché a questo punto possiamo anche dire che l’antennista “antenna” gli edifici. 

Lo scempio della nostra lingua, in qualche modo (ma chissà quale), va fermato.

Una Risposta

  1. […] E poi nuove missioni per salvare la nostra lingua…  E del resto anche io mi occupai della questione “italiano in pericolo“. […]

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