In C

Vera matrice ideologica, oltre che puramente musicale, del minimalismo americano, In C è una composizione aperta. Consiste in 53 brevissime frasi che gli esecutori di un ensemble che può essere più o meno allargato si spartiscono. Non è necessario un numero minimo di 53 musicisti poiché i pattern non vanno suonati contemporaneamente, ma uno dopo l’altro, per il tempo che si vuole finché non si decide di passare successivo, creando così un effetto di slittamento e di sincronismo instabile che rendono diverso il pezzo a ogni esecuzione.

In C

L’invenzione di Terry Riley è geniale poiché asserendo così ostinatamente la tonalità, è come se la negasse. La misinterpretazione che ne diede Glenn Gould è storica: “lo definirei prima di tutto un brano da ridere […] monotono monocromatismo”. Il pianista canadese non capì la rivoluzione in atto.

Tra le altre cose la Sony ha appena ripubblicato il cd della prima esecuzione – ormai introvabile – del 1968. Compratelo assolutamente!

Per l’occasione ripubblico una mia intervista che feci a Riley nel 2006 quando venne a Roma per eseguire il suo capolavoro.

“All’età di 71 anni, Terry Riley non avrebbe bisogno di presentazioni. Considerato – assieme a La Monte Young – il padre del minimalismo, non ha mai smesso di ricercare una nuova via musicale per poter parlare ad un pubblico più vasto possibile. E certamente vi è riuscito fin dagli anni 60. Dapprima con In C, esempio vero di crossover tra musica scritta, improvvisazione e popular music, e poi con A rainbow in a curved air, manifesto delle suggestioni indiane nella musica pop occidentale. Il 2 novembre Terry Riley suonerà a Roma, presso l’Auditorium, in un concerto nato dalla eccezionale collaborazione tra Romaeuropa Festival e Santa Cecilia It’s Wonderful, assieme ad alcuni dei musicisti di riferimento nella musica elettronica e contemporanea. Gli italiani Alter Ego hanno lavorato con diversi importanti compositori della scena attuale come Philip Glass, Frederic Rzewski e Salvatore Sciarrino; i Matmos, californiani, già collaboratori di Björk, sono noti per arricchire le loro performance con proiezioni video e installazioni di vario genere; infine Stefano Scodanibbio è uno dei maggiori contrabbassisti italiani specializzato nella musica contemporanea. Insieme eseguiranno in anteprima assoluta The slaving wheel of meat conception, rielaborazione cameristica di Keyboard Studies e il sempre atteso In C, un brano che, come dice l’autore, «ancora suona moderno, contemporaneo, sebbene sia stato composto quaranta anni fa».

Sappiamo bene che lei ha scelto il Kronos Quartet per le esecuzioni di diverse sue composizioni. Come è avvenuto invece l’incontro con Alter Ego, Matmos e Scodanibbio?

«In realtà il progetto parte dagli Alter Ego che hanno deciso di coinvolgermi in questo evento, preparato apposta per Romaeuropa Festival. Avevo già suonato con loro a Torino l’anno scorso. Abbiamo eseguito In C e mi sono trovato molto bene».

Sono passati più di 40 anni da In C. Come guarda oggi a quel lavoro?

«In C è diventato un classico della musica contemporanea. È stato suonato tantissime volte e io penso sia un buon pezzo per molte ragioni. Può essere eseguito da pressoché ogni tipo di musicista e insegna ai musicisti a suonare con gli altri in maniera moderna, improvvisando insieme. È un brano pedagogico e allo stesso tempo un brano da concerto».

Nel comporre In C, è stato influenzato dai Quattro pezzi su una nota sola di Giacinto Scelsi?

«No, io ancora non lo conoscevo. Ero troppo giovane».

Qual è ora la sua relazione con la musica colta, con le avanguardie e con personaggi come Berio o Stockhausen?

«La strada che ho intrapreso in musica è stata molto personale. Non frequentavo lo stesso campo dei grandi compositori d’avanguardia europei. Ma ogni musicista percorre una propria strada, è portavoce di una propria idea e parla al pubblico in diversi modi. Io ho scelto quello della musica tonale».

Certamente lei è un innovatore. Crede che la tecnologia oggi faccia bene o male alla musica?

«Oggi abbiamo un dominio della tecnologia. Ma essa c’è sempre stata. Quando è stato inventato il pianoforte vi fu un’innovazione tecnologica perché prima esso non c’era. Il problema della tecnologia di oggi è che essa domina l’estetica della musica. Questo comporta che molta musica odierna sia tutta uguale perché la tecnologia interviene direttamente sul suono».

Come sarà strutturato lo spettacolo di lunedì?

«Lo show inizierà con i Keyboard Studies che ho composto nel 1960. Essi sono diventati la base per un nuovo pezzo; si parte cioè con la composizione originale perché poi prenda un’altra direzione. Lo suoneremo per la prima volta a Roma».

Durante il concerto lei userà la voce. In che modo? Canterà, reciterà, ci sono dei testi?

«Canterò, oltre a suonare le tastiere e il pianoforte. Ma sarà un uso della voce tipico del jazz, saranno solo vocalizzi che non vogliono dire nulla».

In C può durare da pochi minuti all’infinito. Quanto sarà lungo il concerto, vi siete dati un limite?

«Sì, In C non ha tempo. Dura fin quando uno vuole suonare. Credo tuttavia che, in questo concerto, non supererà l’ora».

Non c’è il rischio che duri per tutta la notte, quindi.

«No, state tranquilli. Ma io non amo prevedere cosa succederà durante lo show».

Chi sono oggi per lei i giovani compositori che possono continuare la sua strada in musica?

«Io penso che nessuno debba seguire la mia strada. Ognuno deve avere le proprie idee. Ci sono tanti compositori molto più giovani di me con uno stile ben definito, personale e ispirato. Per esempio artisti come Michael Gordon e l’ensemble Bang on a Can sono molto interessanti e stanno portando la musica in una nuova direzione».

Quali sono i suoi prossimi progetti?

«Sto preparando un triplo concerto per due chitarre, violino e orchestra. Uno dei due chitarristi sarà mio figlio Gyan».”


E a proposito, si potrà ascoltare In C stasera a Milano, in una insolita performance di computer: banda larga, realtà virtuale e visual art, saranno unite in un concerto. Per il festival MiTo – in prima assoluta sabato 12 e domenica 13 settembre, alle ore 22 al Politecnico di Milano – le nuove tecnologie saranno le protagoniste musicali di Mixed Reality Performance, un innovativo esperimento sonoro in cui musicisti faranno musica attraverso la rete. Sarà un esempio della cosiddetta musica “rizomatica”, basata sui concetti particolarmente internetiani di connessione, interazione e condivisione, che rivede la tradizionale idea del concerto: «i musicisti – spiega il curatore Jeffrey Schnapp – saranno collocati in spazi diversi, lontani, e si confonderanno i confini tra acustico e digitale, reale e virtuale». I suoni prodotti da un pianista al centro della sala verranno trasmessi via rete in California dove altri musicisti li elaboreranno e li restituiranno in tempo reale; schermi giganti intanto proietteranno paesaggi digitali, creati sempre dall’altra parte dell’oceano, per dare allo spettatore un’esperienza multidimensionale e multisensoriale. Ai brani scritti per l’occasione da Juan-Pablo Caceres e Robert Hamilton, si aggiungerà In C di Terry Riley, pezzo fondante del minimalismo americano, suonato da un’orchestra di Laptop e strumenti acustici. E chi non sarà a Milano, avrà la possibilità di assistere al concerto anche da Second Life, così come chi sarà in sala potrà vedere in un monitor il pubblico di avatar.

6 Risposte

  1. […] In C […]

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