Sarebbe bene che ascoltaste

Due dischi bellissimi che ho da mesi sulla scrivania e che mi riprometto sempre di segnalare… Meglio tardi che mai

Abbo Abbas – Polifonie francesi e inglesi dell’anno Mille

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Se continuano a passare inosservate – almeno in Italia – incisioni come queste, non si fa altro che alimentare un equivoco che proprio questo disco risolve: il Medio Evo non è poi così oscuro quanto si crede se portatore di tali musiche preziose. Il monaco francese Abbo visse tra il 950 e il 1004 e fu uno di quegli uomini universali sapienti di astronomia, aritmetica e dialettica. Per queste sue molteplici abilità e per essere stato nominato abate, ebbe molti nemici tanto che alla fine morì ucciso. Si tratta di una polifonia primitiva: è un passaggio dal gregoriano monodico dominante nell’Alto Medioevo a una prima rudimentale forma di musica corale  ancora non contrappuntistica. Le interpreti dell’ensemble vocale Dialogos svolgono un ottimo lavoro; onore a loro e a chiunque abbia voluto riprendere un considerazione il passaggio importante dalla monodia alla polifonia. Abbo, scopriamo, ne é un importante rappresentante. Nell’ascoltare composizioni in grado di riconciliare tutti col pensiero, è straordinario constatare come questa musica scritta alla fine del X secolo dimostri quanto quel periodo fosse artisticamente, oltre che intellettualmente, luminoso.

Ambrose Field, John Potter – Being Dufay

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Guillaume Dufay non avrebbe bisogno di essere riabilitato attraverso progetti strambi o ultramodernizzanti. Ma non è per fortuna questo l’obbiettivo, sarebbe sciocco, di questo disco. Ambrose Field è un compositore “digitale”, cioè predilige i nuovi strumenti della tecnologia come il computer per fare musica. John Potter è un bravo tenore che si cimenta con il repertorio contemporaneo e con quello antico raggiungendo esiti eccellenti in entrambi i casi. In un incontro sorprendente quest’ultimo fa rivivere il canto di Dufay mentre Field incarna lo spirito dell’ascoltatore moderno che affronta la musica di 600 anni fa con le orecchie mutate della nostra epoca. Con un gusto e una misura mirabili, il compositore inglese dunque interviene con inserti elettronici in composizioni che a qualche purista sembrerebbero intoccabili. Invece il risultato è  incredibilmente toccante e esteticamente raffinato, molto più “alto” di tante sterili reinterpretazioni – a volte inutilmente filologiche – che non aggiungono nulla a quanto si è già ascoltato. Invece questa è antica musica nuova. L’unico peccato è che Dufay non sia ancora vivo perché ci dica cosa ne pensa.

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