Sakamoto

Ho già scritto qui che Sakamoto mi annoia. Ma magari a qualcuno interessa leggere l’intervista che oggi è uscita in versione ridotta sul giornale:

Sarà difficile per il nostro pubblico perdersi l’atteso ritorno Ryuichi Sakamoto. Sono ben dieci le tappe italiane nel tour europeo del compositore e pianista giapponese che parte da Reggio Emilia per fermarsi il 5 novembre a Milano, passando per Firenze, Catanzaro, Palermo, Roma, Civitanova Marche, Treviso, Torino e Ferrara. Un grande giro d’Italia per celebrare oltre al suo ritorno, il pianoforte, lo strumento prediletto, protagonista anche della sua ultima raccolta Playing the Piano, che uscirà anche in edizione doppia accompagnato dal disco di inediti Out of Noise. E ogni performance live del tour sarà disponibile il giorno successivo su iTunes.

Con questo disco e con il tour lei ritorna al pianoforte. Quanto è importante e perché questo strumento per lei?

«Ho iniziato a suonare il piano quando avevo tre anni e lo suono ancora. Non so suonare altri strumenti così bene, è quello a me più vicino. La maggior parte dei pezzi che ho scritto erano originariamente per il pianoforte, anche quelli che sono diventati sinfonie».

Il pianoforte è riuscito a conquistarsi un ruolo da protagonista anche nella musica leggera. In Italia casi come Einaudi o Allevi vendono dischi e riempiono le sale con l’ausilio del solo strumento. Come spiega questo potere della tastiera?

«Al piano puoi anche suonare una sinfonia, è uno strumento versatile. Molti compositori del passato come Brahms o Beethoven hanno scritto capolavori orchestrali con il pianoforte. In questo senso è il re degli strumenti, ma ha anche dei limiti. Non può per esempio generare suoni tra una nota e l’altra come fanno gli strumenti a fiato o gli archi. E poi è pesante, non lo puoi portare con te come la chitarra. Ho sempre invidiato i chitarristi, anche sul palco nelle rock band i tastieristi sono sempre nascosti dietro il loro strumento, non possono esporsi come il cantante o il chitarrista. L’unico modo per farsi vedere per intero dal pubblico è sedersi sulle tastiere».

Userà due pianoforti in tour: che genere di concerti farà?

«Saranno concerti molto vicini al nuovo disco, eseguirò pezzi molto popolari e alcuni tratti da Out of Noise. Ho bisogno di due pianoforti perché alcuni brani hanno arrangiamenti piuttosto complessi. Uno dei due strumenti sarà connesso a un sistema midi e sarà quindi suonato da un computer. Ci sono brani per i quali avrei addirittura bisogno di otto pianoforti…»,

Ha collaborato con molti artisti, c’è qualcuno che le manca, che vorrebbe fosse un suo prossimo partner artistico?

«Ho un progetto in corso con Alva Noto, siamo in contatto, ci scambiamo idee e file musicali via mail. In futuro potrebbe esserci una nuova collaborazione con David Sylvian, ma anche con persone che non conosco; non mi precludo nessuna possibilità».

Nella sua formazione musicale ha avuto più peso la tradizione colta occidentale o quella orientale?

«La mia musica è per il 99% di tipo occidentale, ma puoi sentirvi la tradizione giapponese. Inserisco alcuni elementi asiatici, ma l’Asia è enorme e non c’è una sola cultura musicale. Non ho mai usato seriamente strumenti tipicamente orientali, però dal prossimo anno comincerò a lavorare a un concerto per koto e orchestra».

Quanto contano l’elettronica e la tecnologia nella sua produzione?

«Il pianoforte rimane centrale, però la tecnologia è fondamentale per la cultura. Si evolve lo studio, si evolve il computer. Credo che il computer sia sempre più importante non tanto per risuonare la musica vecchia, quanto piuttosto per la creazione di nuovi suoni in tempo reale».

Una Risposta

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