Chris Squire, gli Yes… e che incazzatura

Ieri era l’ultimo giorno utile per pubblicare l’intervista che ho fatto a Chris Squire in occasione del tour italiano dei nuovi Yes. Ho intervistato il bassista il 15 ottobre e in più di tre settimane alla redazione Spettacoli non hanno trovato il modo di pubblicarla (neanche ridotta ai minimi termini, come spesso fanno)… vabbè, inutile dire che mi rode (un giorno pubblicherò qui uno sfogo su come vengono passate le notizie).

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«Abbiamo un nuovo cantante e un nuovo tastierista ma la band vola alto come sempre». Il virtuosismo e lo spettacolo incandescente degli Yes non saranno traditi dalla nuova formazione un po’ spuria, assicura il bassista Chris Squire, fondatore assieme Jon Anderson di una delle band più longeve e importanti del progressive rock. In piedi dal 1968, con frequenti cambi dei componenti nel gruppo, gli Yes tornano in tour in Italia con tre date (il 2 a Vicenza, il 4 a Roma e il 6 a Milano) per festeggiare 40 anni dal loro primo album. Certo, mancheranno due storici membri: Jon Anderson, che sarà sostituito dal canadese Benoît David, un formidabile sosia vocale – notato proprio da Squire – leader di una loro cover band, e il mago delle tastiere Rick Wakeman, che invece manderà il figlio Oliver affinché si faccia le ossa. Ma insieme faranno anche un disco l’anno prossimo e Squire, che a parte una parentesi negli anni 80 è stato quello che vanta la maggiore permanenza nel gruppo, è felicissimo di tornare a suonare con la nuova-vecchia band. A 60 anni suonati e con una nuova figlia nata pochi mesi fa.

Ci racconta, Mr. Squire, di questa curiosa formazione?

«Jon Anderson ha gravi problemi di respirazione da un po’ di anni, problemi che lo hanno portato più volte in ospedale. Attualmente non può cantare. E così circa un anno fa, lo abbiamo sostituito con Benoît David, che oltre a conoscere tutte le nostre canzoni a memoria, canta benissimo. Sono bastate poche prove. E poi c’è Oliver Wakeman, il figlio di Rick, alle tastiere…

In cosa Oliver è simile e in cosa diverso dal padre?

«In comune col padre ha di essere un grande musicista. È però più meticoloso, organizzato, cerca sempre di riprodurre le sue parti più fedelmente possibile. E sa quanto è complesso il suo ruolo. Mi piace molto. Rick è invece più sregolato ma è un inimitabile showman».

Perché Rick non ha potuto seguirvi?

«È impegnatissimo, è sempre in giro. Presenta programmi in tv, è protagonista di show radiofonici e fa concerti in continuazione. È molto popolare nella televisione britannica e non ha tempo».

Nella lunga vita degli Yes ci sono stati periodi caratterizzati da stili completamente diversi, ce n’è uno a cui è più attaccato?

«No, mi piacciono tutti. Sono avvenuti molti cambiamenti di stili e di persone che hanno portato non nuove energie e nuove idee. È proprio questo che ha permesso alla band di rinfrescarsi e prendere nuove direzioni».

E i vostri saranno dunque concerti lunghi che ripercorreranno tutta la vostra storia…

«Certamente. Faremo pezzi dal primo album “A Time and a Word” per giungere a dischi come “Drama” del 1980, quello con Trevor Horn e Geoff Downes; suoneremo i classici da “Fragile”, “Close to the Edge”, “The Yes Album” e arriveremo fino a quelli più recenti».

Il suo modo di suonare il basso è molto personale, ma ha avuto un riferimento tra i grandi bassisti?

«Mentre imparavo a suonare ero influenzato da Paul McCartney, Bill Wyman, Jack Bruce, John Entwistle. Avevo molte possibilità di copiare idee, però non ho mai amato imitare qualcuno, piuttosto ho preferito prendere spunti da ognuno».

A che punto è con il disco che sta incidendo con Steve Hackett?

«Ci siamo quasi, tra poco sarà terminato, sto lavorando molto in studio proprio in questi giorni. Siccome non riusciamo a vederci spesso, ci inviamo le tracce via Internet così lui mi fa sentire le sue parti di chitarra senza che debba venire in studio. Suoniamo insieme già da un po’, faremo presto concerti, è una collaborazione che definirei “Squackett”».

Io ho visto il concerto a Roma. Quello che mi ha detto Squire, che possente (forse troppo presente) sul palco è ormai il nuovo leader, è vero: David è un clone di Anderson, e Oliver Wakeman non ha le capacità performative del padre. In particolare questo giovane mi ha deluso. Non ha fatto altro che eseguire un compitino, senza estro, senza visibilità; a volte ci si domandava se fosse vivo. E poi ha optato per un suono di moog davvero discutibile. E Steve Howe ancora si distingue come chitarrista raffinatissimo e ineccepibile.

Una Risposta

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