Dischi in share e doppiopesismo

C’è una nuova brutta abitudine che ha conquistato le major del disco: l’invio alla stampa specializzata di dischi immateriali. Ovvero non si ha più il diritto di avere in omaggio per una recensione o un servizio il cd fisico bensì una serie di file mp3 con una copertina in pdf da scaricare via internet. “E’ che i dischi non si vendono, non si possono mandare ai giornalisti 100 copie di un disco che ne vende appena 5000”. Giusto? Non credo, per almeno due motivi. Il primo è che un critico musicale ha il diritto e il bisogno di ascoltare la musica di cui parlerà in una qualità più che dignitosa, dallo stereo di casa, con il supporto di un booklet completo. Un critico serio sa che un disco si valuta anche nella confezione (cosa impossibile per chi si confronta con la musica liquida); sa che il suo compito è delicato e che quindi deve considerare anche la qualità dell’incisione (impensabile con gli mp3 diffusi dal pc). Il secondo è che per spingere all’acquisto di un prodotto bisogna che chi comunica al lettore le qualità di quel prodotto lo faccia attraverso un uso del prodotto stesso e in misura completa. Come si fa a consigliare l’acquisto di un disco di cui non si è fatta esperienza… del disco? Perché dovrei suggerire a qualcuno di comprare un oggetto se non so come è fatto? Come faccio a distoglierlo dallo scaricarsi gratuitamente i contenuti di quel disco visto che io ho fatto lo stesso godendo ugualmente della musica? Solo sponsorizzando l’oggetto si potrà convincere la gente a comprare l’oggetto. Leviamoci dalla testa che un disco sia solo il suo contenuto (altrimenti non vedo perché gli editori non dovrebbero mandare ai critici le semplici fotocopie, o stampe economiche – anzi i pdf – dei libri; non lo farebbero, ci sarebbe la rivolta).

Come se non bastasse c’è un seccante e offensivo doppiopesismo da parte delle case discografiche. Poiché dovete sapere che un numero esiguo di copie da inviare ai giornalisti le hanno. ma hanno bisogno della garanzia che esca qualcosa di grosso. Cioè: se fai una pagina su un giornale importante ti mandano il disco, altrimenti ti sorbisci lo share… Capite da soli che si tratta di leccaculismo ai “potenti” che contrasta con quanto i discografici adducono nel giustificare il non invio dei cd fisici. I dischi o li si manda a tutti o a nessuno; regolarsi in base a quanto uno può fare mi pare una cosa da compravendita davvero poco carina.

Quindi, per quanto mi riguarda, evito di recensire o di parlare (che sia per l’ultimo dei siti internet o per laRepubblica) un cd “virtuale”. Secondo me farlo sarebbe irrispettoso nei confronti del mio mestiere.

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