Caro il mio Schoppy, stavolta l’hai sparata grossa

Non può essere questo post la sede per parlare dei difetti e dei miracoli della filosofia di Arthur Schopenhauer (filosofia che tra l’altro ammiro e a cui riconosco più i miracoli che gli errori). Però la perplessità che suscita in me il capitolo 43 (“Ereditarietà delle qualità”) dei Supplementi al Mondo come volontà e rappresentazione è colossale. Arthur vuole qui convincerci che, nel generare, padre e madre danno al figlio rispettivamente la volontà e l’intelletto, senza possibilità di mescolamenti: “La volontà è nell’uomo l’essenza in sé, il nucleo, il radicale, e l’intelletto invece secondario, l’avventizio, l’accidente di quella sostanza […] Ammetteremo […] che il padre, come sexus potior e principio generante, fornisca la base, il radicale della nuova vita, cioè la volontà e la madre invece, come sexus sequior e principio semplicemente ricettivo, fornisca il secondario, l’intelletto; che dunque l’uomo erediti la sua parte morale , il suo carattere, le sue inclinazioni, il suo cuore dal padre, e invece il grado, la conformazione e direzione della sua intelligenza dalla madre”. Non contento di questo dualismo difficilmente sottoscrivibile, invita poi a verificare nella nostra vita i caratteri acquisiti: “Ognuno osservi innanzi tutto se stesso, si confessi le sue inclinazioni e passioni, i suoi difetti di carattere e le sue debolezze, i suoi vizi, come anche i suoi pregi e le sue virtù, se ne ha; allora poi ripensi a suo padre, e non mancherà di scorgere tutti quanti quei tratti di carattere anche in lui. Spesso troverà invece la madre di tutt’altro carattere, e una concordanza morale con lei avrà luogo rarissimamente”. Insomma Schopenhauer ci sta dicendo che la nostra moralità è quella di nostro padre, la nostra intelligenza quella di nostra madre; in pratica se un uomo cattivo (anche se intelligente) si accoppia a una donna stupida (anche se buona), ciò che può venirne fuori è solo un essere immondo. A parte la difficoltà che ognuno di noi ha nel verificare esattamente che le cose stiano così (siete davvero uguali a vostro padre nelle inclinazioni e nelle passioni, mentre identici a vostra madre soltanto nell’intelletto?), si crea qui una problematica genealogica di tramandamento delle qualità ai posteri: cioè un figlio maschio mi conserva la volontà finché non genera solo una femmina; l’intelligenza di mia madre invece necessariamente finisce con me… pazzesco!  Ma cosa mi stai dicendo Arthur? Che se io – maschio – genero una figlia disperdo il mio essere per sempre giacché perdo sia l’intelletto (che non le posso trasmettere) sia la volontà (che lei non potrà trasmettere alla sua prole)? E che mio figlio avrà la moralità del nonno paterno e l’intelligenza della nonna materna?

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