Cari signori di una certa età, fatevi un esame di coscienza

La storia, di qualche giorno fa, di Barbara Berlusconi che appena discussa la tesi di laurea (triennale) si sente offrire dal rettore la possibilità di una cattedra, oltre a farmi venire il voltastomaco, mi ha indotto a pensare ancora una volta a che situazione orribile ci tocca vivere in Italia. In quell’occasione mi hanno detto che sono ingenuo, che non c’è da stupirsi, del resto i privati fanno come vogliono… il problema è che qui vedo che nessuno si stupisce più di nulla. E che quindi il mondo va accettato e non cambiato. Ti dicono che se vuoi salvarti devi fuggire, abbandonare la nave che affonda. Questa storia dell’emigrazione comincia a infastidirmi. In sostanza la questione è: se hai talento, se hai studiato, vattene dall’Italia. Ecco, è questo che mi secca.

a) perché se ho delle capacità le devo esportare?

b) non è un po’ offensivo parlare di fuga di cervelli nei confronti di tutti quelli che restano, come se a restare fossero solo gli stupidi?

Non so, ritengo che andarsene equivalga una sconfitta, è come abbandonare il campo di battaglia. Troppo comodo andarsene, rifugiarsi in qualche luogo e poi magari tornare una volta che è tutto risolto (se qualcosa mai si risolverà). E chi è rimasto allora? Cosa fa, resta a soffrire e a preparare il terreno per chi ha scelto la fuga? Soltanto se si resta – tutti, soprattutto i cosiddetti “cervelli” – c’è la possibilità di cambiare questo cacchio di paese. Chi ha le palle resta, poiché almeno ha la presunzione di riuscire a cambiare le cose. Ammettiamo che davvero a partire siano i migliori… come farebbe l’Italia a crescere se popolata dai peggiori? Ma qui c’è molto egoismo. Ti dicono: “resta tu, io me ne vado… Tanto da soli non si riesce a cabiare niente”. Ma se c’è una possibilità di farlo è proprio se si resta, non certo andando via! Il ragionamento è lo stesso – fallace – dell’inquinamento urbano: ci sono già tante cartacce per terra, non sarà certo la mia a peggiorare l’inquinamento… Bene, bravi! Gettate allora ancora una volta i rifiuti in giro. Insomma è un problema di approccio: è chiaro che la situazione può avere un principio di risoluzione se si inizia – OGNUNO – a dare il proprio contributo a prescindere da ciò che fanno gli altri.

Andate via, voi che siete giovani – ci dicono. A dirlo sono quelle persone dai 50 anni in su, molti dei quali costituiscono oggi la classe dirigente, i nostri capi sul posto di lavoro, i nostri politici, quei pensionati che non schiodano o che se lo hanno fatto si godono tutto dall’esterno senza neanche prendere in carico allievi. Mancano i maestri, oggi, e ci tocca – secondo un modello edipico – uccidere i padri. Si porterebbero tutto nella tomba, a noi non resta niente, se non le rovine di una cultura. “Questo paese è allo sfascio, non è più quello di una volta”, ci dicono…. Ah sì? E dunque, cara generazione adulta/anziana, di chi è la colpa? Nostra? Direi di no visto che quando le cose, a detta vostra, andavano bene (o se non altro meglio) c’eravate voi e non noi. Quindi chi dobbiamo ritenere responsabili di come va il paese oggi? Pensateci bene, fatevi un esame di coscienza.

4 Risposte

  1. Amen
    E comunque si, se l’università e’ privata prendo a fare il professore chi pare a me. Il lattaio o la figlia del presidente. Altrimenti che differenza c’è con l’università pubblica?

  2. AmenE comunque si, se l’università e’ privata prendo a fare il professore chi pare a me. Il lattaio o la figlia del presidente. Altrimenti che differenza c’è con l’università pubblica?
    +1

  3. Un premio Nobel.

    Nella decade del ’30 in Italia c’era il fascismo, nel periodo della sua massima gloria.

    Non c’era cosa che non fosse fatta per questo o quest’altro motivo e per volontà del Duce!

    Questa maniera di parlare e scrivere può sembrare strana ai giovani italiani che non hanno vissuto quell’epoca, ma posso assicurare che, dopo le prime volte che si ascoltava, veniva accettata ed assimilata dalla maggior partre delle persone che, alla fine, non la criticavano piú.

    In quel periodo l’Italia importava grano e, per volontà del Duce, fu iniziata la battaglia del grano. L’Italia doveva raggiungere l’autosufficienza.

    Il paese disponeva di una grande industria di fertilizzanti.

    Con l’uso massivo di questi prodotti era possibile aumentare il rendimento delle coltivazioni.

    Ma c’era l’inconveniente che il peso eccessivo della spiga, sulla punta della pianta del cereale, ne causava la caduta a terra e la conseguente perdita.

    A questo punto anche la genetica vegetale entrò a far parte della battaglia del grano.

    I migliori genetisti delle stazioni sperimentali e Strampelli, il piú noto, vennero mobilitati e con l’appogggio finanziario del regime riuscirono a risolvere il problema, con la creazione di varietà molto produttive e di bassa e robusta taglia, che sopportavano abbondanti fertilizzazioni.

    È la battaglia del grano fu vinta, con la felicità del governo ed anche dell’industria chimica pesante, molto fiorente all’epoca.

    Il regime non faceva mancare i finanziamenti.

    È questo mi fu confermato da un anziano genetista, incontrato nella Sperimentale argentina nella quale lavoravo, che mi raccontò come, da giovane, aveva ottenuto una borsa di studio insieme ad alcuni altri e che tutti insieme erano riusciti a far comprare un microscopio, ultimo modello, al direttore dell’Istituto, solo per vincere una scommessa fatta tra loro.

    Chi sa come sia difficile ottenere finanziamenti per la ricerca può immaginare cosa significhi questo successo, che fu motivo di scherzi e risa.

    Nel dopoguerra, una fondazione sostenuta dalla grande finanza internazionale, si occupó della produzione del grano nei paesi in via di sviluppo.

    Fu contrattato un genetista dell’America del Nord, che creò cultivar di grano di grande rendimento, di robusta e bassa taglia che, in zone irrigue, con abbondanti fertilizzazioni, iniziarono quella che fu poi chiamata la rivoluzione verde.

    È questo genetista ottenne un premio Nobel.

    Un giorno, molti anni dopo, quando ebbi l’occasione di parlare di questi argomenti con un ricercatore anziano, di origine greca, questi mi confermó che il genetista che aveva ottenuto il premio Nobel non aveva fatto altro che adottare le idee di Strampelli : produttività, piante di taglia robusta e bassa, abbondanti fertilizzazioni. Lui ben lo sapeva, perché nel ’30 lavorava, nel suo paese, alla diffusione delle varietà create da Strampelli.

    Strampelli fece vincere la battaglia del grano a Mussolini ed il premio Nobel iniziò la rivoluzione verde, tutti e due con le stesse idee.

    Marcelo Fagioli (Argentina)

    Preso da: “Ricordi di un emigrato dei nostri tempi”

    mafagi@cpenet.com.ar

    Finito di stampare nel mese di ottobre 2009

    dalla Litografica COM Soc. Coop.

    Capodarco di Fermo (FM)

    tel. 0734 672503

  4. Ecclesiaste.

    Bello, bello, bello. Io sono vecchio e mi rendo conto facilmente che il libro è stato scritto da un vecchio. Difficile che un giovane o un uomo maturo, ancora disposto ad affrontare mulini a vento, accetti tanto pessimismo. Tutto è vanità, afferma, ed elenca quanto è vano per l’uomo, in questo mondo.
    A proposito, sto parlando di: Ecclesiaste, che ho appena letto. Direi che è leopardiano, se non fosse vero il contrario, considerando le epoche nelle quali furono scritte le opere dello sconosciuto e di Leopardi. E poi non è vero che sia solo pessimismo. Quello sconosciuto, che ha scritto il libro, era un re e ha anche scritto: “ va’, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace”. Questo Leopardi non l’ha mai detto! E, per quello che ne so io, è quanto di meglio si possa fare nella vita.
    E leggendo il libro ho avuto alcune sorprese. C’è scritto: “non c’è niente di nuovo sotto il sole”, ed io che l’ho sentito dire tante di quelle volte credendo fosse saggezza di coloro che parlavano.
    Un altro versetto dice: “c’è un tempo per nascere e un tempo per morire”; anche in questo caso avevo sempre creduto che fosse il titolo del romanzo di Remarque ( veramente il titolo è: “Tempo di vivere e tempo di morire”, ma è lo stesso).
    Il re letterato dev’essere stato una buona persona, ma era deluso e stanco della vita. Aveva provato a fare tante cose buone, ad insegnare tante cose belle, aveva ottenuto la ricchezza, aveva cercato la scienza, arrivando alla conclusione che: “la sorte degli uomini e delle bestie è la stessa; come muoiono questi muoiono quelle; tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere”.
    E quello della polvere è vero. Lo dicono anche gli astronomi che studiano, ai nostri giorni, la formazione dell’universo. Anche il pianeta Terra non è altro che polvere condensata, creatasi dopo il big-bang.
    Tutto il resto del libro non serve ad altro che a provare la vanità di tutto. “L’infinita vanità del tutto”, è il brevissimo riassunto del libro, fatto da Leopardi.
    La vita è solo un correre dietro al vento. Ma c’è anche scritto: “Sta’ lieto, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù”.
    “È come un giorno d’allegrezza pieno”, dirà molto meglio, ancora il Leopardi.
    Se non l’avete già fatto, leggete il libro. È bello, è breve, ed è tanto pessimista che suscita una reazione contraria all’intento dell’autore, quando lo si legge: una gran voglia di scoprire le cose belle della vita.
    Poi, ad un certo punto dice: “i libri si moltiplicano senza fine ma il molto studio affatica il corpo”.
    È proprio quello che dicevo sempre io, quando andavo a scuola!

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