in origine…

Quando uscì, nel 1994, Officium andò subito ad identificare, come un marchio, il carattere dei New Series, i dischi targati ECM che raccolgono, oltre i classici capolavori della musica occidentale, le più impensabili e sorprendenti ibridazioni. All’epoca in molti si chiesero cosa c’entrasse un sassofonista rinomato come il norvegese Jan Garbarek con un quartetto vocale raffinato come l’Hilliard Ensemble. Era però la domanda sbagliata. Bisognava piuttosto chiedersi come due mondi apparentemente distanti, quello del jazz e quello della musica sacra, potessero dialogare insieme e in che modo uno degli strumenti più giovani, il sassofono, potesse incontrare quello più antico, la voce umana:  Il risultato fu eccezionale allora, anche in termini di vendite: «fortunatamente non devo spiegarne il successo – dice Garbarek – perché non saprei farlo». Inni e mottetti polifonici del XIV e XV secolo si arricchivano delle libere improvvisazioni di un sassofono, sfidando ogni convenzione. Così oggi gli stessi musicisti replicano (dopo Mnemosyne nel 1999) con Officium Novum, un disco che mantiene lo stesso stile dei precedenti e dove negli echi bizantini si rintracciano diversi punti di connessione tra l’oriente e l’occidente. E poi con una serie di concerti – la cui sola tappa italiana è stata a Bergamo, il 21 settembre, in apertura di Contaminazioni Contemporanee, il festival dedicato ai musicisti dell’etichetta di Manfred Eicher.

Garbarek, ci ricorda come è nato questo singolare incontro?

«Ho conosciuto l’Hilliard Ensemble nei primi anni ‘90. Amavo i loro dischi con i madrigali di Gesualdo e Manfred Eicher ebbe l’idea di farci incontrare in Austria, nel monastero di St. Gerold. L’Hilliard portò diversi pezzi. Dopo un minuto che avevano iniziato a cantare io cominciai a improvvisare col sassofono; a loro piacque e in tre giorni registrammo il disco, proprio nella cappella monastero. All’epoca pensavamo che sarebbe piaciuto al massimo a un centinaio di persone nel mondo. E invece…».

In effetti non è immediato scovare il tratto comune tra un sassofonista jazz e un ensemble vocale specializzato in musica sacra e antica.

«Per prima cosa bisogna vedere se le sonorità si accordano. Credo che la voce del sassofono sia tra le più adatte per modulazione e timbro ad armonizzarsi con la voce umana. E poi sono sempre stato interessato alla musica folk e medioevale, alla musica con un forte centro tonale; in particolare quella modale, che certamente mette in comunicazione un certo jazz con le composizioni sacre».

In cosa differisce il nuovo album dai precedenti?

«La diversità è solo nei contenuti, l’approccio è identico. È molto più simile al primo Officium che a Mnemosyne, disco diversificato fatto di frammenti molto antichi e di improvvisazioni. Stavolta ci siamo spostati verso est, la musica armena e russa è centrale. I suoni sono diversi perché è diversa la cultura di riferimento ma c’è molta coerenza. L’Hilliard Ensemble era stato invitato a fare dei concerti in Armenia, ha scoperto i suoni di quel territorio ed è stato conquistato. Ha così iniziato le proprie ricerche sulle musiche bizantine. L’altro fattore di novità è una maggior quantità di musica più recente, con attenzione particolare a quella di Komitas».

Fino a poco tempo fa si consideravano gli Stati Uniti il centro del jazz, oggi i paesi scandinavi lo sono quasi altrettanto. Cosa è accaduto?

«Per molti anni abbiamo avuto un ottimo sistema educativo, con grandi maestri. Ogni anno escono fuori artisti di grande valore; ma le persone di talento sono ovunque, è la scuola che si deve preoccupare di farli emergere. Non credo che ci sia un carattere jazz scandinavo, è piuttosto l’estetica ECM a essere particolare. In Norvegia ci sono per esempio moltissime band heavy metal anche famose che però con le sonorità nordiche non c’entrano nulla».

La sua collaborazione con l’Hilliard Ensemble continuerà, esplorerete nuovi territori?

«Lo spero, ma non sappiamo che direzione prenderemo. La prossima volta Officium potrebbe andare in Africa o in Sudamerica, magari saremo invitati in Groenlandia a esplorare la musica Inuit… Sarà una sorpresa, anche per noi».

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