Ian McEwan. L’integrale

Con la musica Ian McEwan intrattiene un rapporto privilegiato. Un po’ perché la ama, un po’ perché gli è utile per tracciare i profili psicologici dei suoi personaggi. Non sorprende dunque il suo cimento nella scrittura di un libretto d’opera come For You, pubblicato nel 2009 da Einaudi, che parla di musica e musicisti. Coproduzione dell’Accademia Filarmonica Romana e dell’Istituzione Universitaria dei concerti, in collaborazione con il British Council, l’opera di Michael Berkeley verrà rappresentata per la prima volta in Italia al Teatro Olimpico di Roma giovedì 25 e in replica sabato 27 novembre con l’Orchestra Roma Sinfonietta diretta da Vittorio Parisi. Berkeley e McEwan hanno già lavorato insieme scrivendo l’oratorio Or Shall We Die? nel 1983 e con For You, una commedia nera dal sapore tutto britannico, il compositore inglese rinnova la collaborazione con lo scrittore che in questi giorni è in Italia per presentare il suo ultimo libro Solar.

Mr McEwan, c’è certamente molta differenza tra lo scrivere un romanzo e un libretto di un’opera. Quali ha ritenuto le più evidenti?

«Scrivevo il libretto per For You nello stesso tempo in cui stavo scrivendo il romanzo Chesil Beach, quindi vivevo in effetti due esperienze diverse contemporaneamente. La differenza principale è che nello scrivere un romanzo sei da solo, alle prese con un libretto invece c’è una collaborazione continua: c’è qualcuno, il compositore, che sta aspettando la scena successiva. Poi per ogni riga che scrivi di un libretto sei sempre cosciente di come suonerà, di come verrà cantata. È importante il ritmo di quel verso, devi tenere presente non lo stile della prosa, ma quello della poesia; devi tenere presente il respiro, le pause, il ritmo. E infine bisogna ricercare un tipo di semplicità, perché il testo deve essere compreso dal pubblico immediatamente, la prima volta che lo ascolta. Non ci può tornare su come in un libro».

In che modo ha lavorato con Berkeley, separatamente o insieme?

«Abbiamo parlato prima del soggetto per intero. Io poi gli mandavo una scena alla volta, ci incontravamo ogni quattro o cinque scene per discuterne. Ogni tanto ascoltavo la musica che stava componendo per capire quale direzione prendere e allo stesso modo lui leggeva il testo per regolarsi».

Spesso l’estetica mette confronto le arti. Ha senso un discorso del genere tra musica e letteratura?

«La differenza tra le due è davvero ovvia e riguarda il significato. La musica è fondamentalmente astratta, la letteratura è densa di significati, più della pittura e della scultura. La letteratura usa il linguaggio che utilizziamo per parlare ogni giorno ed è più vicina alla nostra vita. Ma la musica sembra riguardare i confini del significato, dove questo è sfumato, incerto».

La musica è già entrata fortemente nei suoi libri…

«In Chesil Beach i gusti musicali della coppia di protagonisti sono così differenti che quasi illustrano le incomprensioni tra i due. Così in Amsterdam ho provato a dare il sapore dell’esperienza compositiva di uno dei personaggi, anche se non ho mai composto nella mia vita, ho provato a immaginarlo».

Che genere di storia aveva in mente scrivendo For You?

«Anzitutto ho voluto raccontare una storia che fosse ben radicata nel presente, con una forte narrativa e un quadro psicologico complesso. I profili psicologici dei personaggi non sono certo facili da interpretare per i cantanti. Le emozioni sono molto in vista, come nel melodramma. Posso dire di aver scritto un’opera in una forma tragicomica, con uno spirito caustico, fatta di personaggi che dal paradiso vanno all’inferno. Ed è anche un’opera sulla musica, sulla personalità e la vita degli artisti. E il tema dell’amore, seppur trattato in maniera tagliente, resta centrale».

Perché secondo lei la lirica sta perdendo appeal? Abbiamo ancora bisogno dell’opera?

«L’occidente ha una storia operistica così importante che saremmo idioti a rifiutarla o a lasciarla andar via. A volte la lirica è impegnativa, difficile e anche costosa. A volte può essere molto popolare: in Inghilterra sono allestite rappresentazioni nel parco, all’aperto, con la gente che va e viene, al costo di due Euro. L’opera è bellissima perché è una combinazione di teatro, musica, poesia; credo però che più che insistere sul vecchio repertorio ci si debba impegnare a commissionare nuove opere per far sì che questa tradizione venga mantenuta e viva a lungo».

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