Esiste la musica di confine?

Vivendo in un mondo di possibilità musicali indefinite ma non infinite, in una incommensurabile sfera sonora, il limite – il confine – a cui una musica può arrivare non è mai una vera e propria frontiera. Non c’è un punto estremo in cui ci si debba arrestare. Raggiunto quel punto, che non c’è, si è già in un’altra area sonora, con nuove caratteristiche. La musica sembra illimitata non tanto per le incalcolabili (ma già tanto esplorate) combinazioni armoniche, melodiche, ritmiche o timbriche possibili, quanto per le qualità, i modi, gli stili che può assumere o ai quali può essere dato un nome. Fino a non troppo tempo fa (appena più di un secolo) non esistevano i generi musicali. C’era semmai una macrodistinzione tra musica popolare (che coincideva con il folklore e la tradizione sonora orale) e quella cólta (che poi ripescava eccome dalla tradizione popolare). Oggi una esacerbata scissione in generi produce innumerevoli confini per poter distinguere – nettamente, sia chiaro – la musica classica dal rock, dal pop, dal funk, dal jazz, dal rap, dal blues, dall’heavy metal… Dal post-etno-punk-electronic-fusion (ma se una cosa è post, vuol dire che ha già attraversato un confine?). Come in politica, come nell’etica, come nella società, come nella divisione del mondo a spicchi per la gestione dei fusi orari, i confini li abbiamo sempre stabiliti noi. Per comodità, per una più o meno reale necessità, ma – anche nelle arti – siamo sempre stati noi a fare le differenze; e le differenze si tracciano attraverso i confini: dove finisce una cosa ne comincia un’altra. Già, ma come stabilire dove qualcosa finisce? Si potrebbe da un lato pensare la linea di confine come il presente fluente (senza durata) di S. Agostino, dunque una linea assente, dacché non esistendo passato e futuro, come può esserci una linea di confine tra due aree inesistenti? Dall’altro al passe-partout di Derrida, come un confine che ha uno spessore, una dimensione e che quindi costituisca qualcosa. I confini in musica o non esistono, come il tempo agostiniano, o hanno un certo spessore, come le cornici – i bordi – e dunque dei contenuti. Il problema della collocazione delle musiche nasce proprio in virtù di linee, oltre o presso le quali è corretto mettere certi universi sonori. A sentir parlare di musiche di confine, di quelle che una volta avevano l’attributo accattivante di crossover o quello più respingente di contaminazione, sembrerebbe che la realtà sia quella di confini con un certo spazio al loro interno, limbi che nel demarcare offrono anche un’alternativa musicale. In quanto limbi però avrebbero una dignità discutibile, poiché mettendo più cose insieme parrebbero perdere in originalità, dissolvendo il proprio carattere distintivo nella genericità. Che genere di musica fa Uri Caine che mescola – mirabilmente – jazz, classica e canzoni leggere? Non lo sappiamo, allora mettiamolo nel limbo. E le “vittime” della critica musicale Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi? Boh… Al confine anche loro. Prendiamo, a esempio, il loro caso. Usano alcuni linguaggi della musica classica (come la scrittura e l’uso di certa strumentazione) e altri della musica leggera (la ripetizione, il motivo facile e orecchiabile). Dunque sono tra due mondi, ma prendendo dall’uno e dall’altro possiamo dire che fanno parte di entrambi.

I confini nella musica, proprio perché inventati, sono tutt’altro che aporetici, sono oltrepassabili e li attraversiamo continuamente, senza farci caso.

 

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