Lucio Dalla, ovvero il progresso

Chi mi conosce sa che non amo scrivere delle cose a cui tengo. Sembra un paradosso, lo so, ma mi sembra ogni volta di non rendere giustizia agli artisti che apprezzo, parlando di loro: o scrivo cose mediocri, inadatte, oppure cose ridicole, zuccherosi panegirici.

Ma stavolta è diverso. Gli indizi che che mi hanno portato a capire che dovevo un tributo, per quanto il mio possa valere, a Lucio Dalla sono stati due. Le lacrime per prima cosa. La notizia ricevuta così, all’improvviso (mi ha chiamato la mia fidanzata con la voce rotta) e le canzoni che risuonavano tutte insieme nella testa – tali che era impossibile riascoltarne una dall’inizio alla fine senza morire dentro -, mi hanno bagnato occhi e guance. Solo la barba fermava le lacrime. Poi le telefonate di alcuni miei amici: sono secondo indizio. Mi hanno fatto le condoglianze, come se Dalla fosse un mio parente o un amico stretto. I miei amici sapevano che volevo bene a Lucio Dalla e io no. Io l’ho scoperto ieri. E allora ho capito che dovevo esprimermi.

Ma ieri non riuscivo a scrivere niente su di lui; anzi non sono riuscito neanche a guardare o a leggere speciali e notizie su di lui. Ho postato qualche video su twitter, ma in preda alla confusione e a un dolore che ha stupito anche me. Sono dunque stato sollevato nel non essere stato incaricato da nessun giornale a scrivere qualcosa su Lucio. Avrei avuto difficoltà a dire qualcosa di neutrale e degno. Quindi ora lo faccio e lo faccio qui, senza l’onere di un servizio obiettivo e misurato.

Credo che Lucio Dalla fosse davvero il nostro cantante più importante. Perché ha con leggerezza, come fosse un arco, sorvolato i generi e gli stili senza presunzione. La sua completezza, la capacità di “unire alto e basso” come qualcuno dice, non stava tanto nella padronanza tecnica (di opera – per dire – era un appassionato, non un esperto), ma nello spirito di curiosità, condito di un talento musicale fuori dal comune. Dalla, come ogni artista di genio, sentiva le cose, non le sapeva. Fiutava nel mondo ciò di cui doveva parlare e lo faceva con la musica. E non voleva limiti. Non aveva proprio il concetto del limite, proiettato nel futuro com’era.

Io tuttavia credo che mentisse quando dichiarava con un certo orgoglio di non conoscere “neanche una nota di musica”. Per quanto uno possa non aver studiato musica, quando si è frequentato così tanto l’ambiente musicale (anche serio) è impossibile prima o poi non avere coscienza di dove si situa un do o un mi su un pentagramma. Dalla aveva imparato la musica a orecchio, ma anche per il solo deposito alla Siae dei propri brani una trascrizione andava fatta. E quand’anche non fosse lui a trascrivere, non posso credere – vista la sua curiosità – che non sapesse farsi un’idea di uno spartito…

A ogni modo secondo me una delle più importanti rivoluzioni nel cantautorato italiano Lucio l’ha fatta grazie all’uso della voce. “Ho scoperto che il nostro strumento musicale più formidabile è la voce umana”, ha dichiarato una volta. Solo uno come lui poteva scrivere Pezzo Zero, un brano geniale in cui il fonema puro dice tutto e non dice niente: dove la musica senza testo è libera eppure semantizzata dall’onomatopea che la voce può restituire. Il punto di comunicazione musicale più alto e trascendentale raggiungibile. Ovviamente con ironia; la serietà Lucio la lasciava a noi che anche ora continuiamo a commentare cose che per lui parlavano da sole. Probabilmente Dalla ha semplicemente lasciato così com’era il provino una canzone da “parolare” (i nastri dei pezzi inviati ai parolieri erano registrati in uno pseudoinglese).

Lucio era un avanguardista comprensibile, un futurista antifascista: il progresso limpido. Nuvolari è un capolavoro assoluto, nel testo di Roversi ovviamente, ma soprattutto nell’arrangiamento (che lo stesso Dalla ha scritto con il grande Ruggero Cini) dove c’è la corsa, il moto, l’affanno, il rombo e tutto l’universo dinamico di ciò che il motore, la tecnica incarnata nell’automobile, poteva rendere.

Dalla era un metafisico. Com’è profondo il mare è la canzone della filosofia. A parte il testo meraviglioso, è l’armonia su cui il pezzo è costruito ad avere qualcosa di straordinario. Galleggiando sul Do maggiore (l’oscillazione è data dall’aggiunta della sesta, della quinta diminuita e della settima aumentata), Dalla fa involontariamente quello che aveva fatto Terry Riley con In C: indugia sulla tonalità fissa, come un mantra, come la goccia cinese, fino a che il tetto della superficie acquea (il nostro velo di Maya) è sfondato e possiamo penetrare l’abisso.

Lucio faceva politica attraverso il mito. Itaca è il punto di vista dei marinai (i cittadini) che vedono Ulisse (il politico, l’industriale) come il potente che non parla la loro lingua e che li prende in giro.

eccetera.

Lucio Dalla era un maestro di comunicazione, conosceva i codici del messaggio musicale come se non li avesse appresi, come se gli fossero propri dalla nascita. Era un mistico travestito da primate, che ha fatto del disimpegno il modo più diretto per comprendere tutto ciò che con l'”impegno” non si sapeva spiegare.

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