Apologia di Scienze della Comunicazione

Prima di essere un “filosofo” (della domenica, la laurea è freschissima) e di diventare un critico musicale (svolgo la professione ormai da qualche anno), sono stato (ma lo resto) un laureato in scienze della comunicazione. Questo – tra amici e colleghi – se lo ricordano in pochi, come se la laurea in filosofia e il giornalismo musicale a livello professionale, avessero obnubilato le mie origini; anzi, meglio, come se il nuovo titolo di studio e il mestiere (la competenza tecnica musicale), avessero entrambi proprio intrinsecamente una qualità superiore. Sentirsi dire, ora come in passato, che la laurea in Comunicazione è “fasulla” è molto offensivo. L’opinione comune che qualcosa, o qualcuno, ha contribuito a creare nel corso degli anni rispetto alla facoltà è che si tratti di una laurea inutile, per perditempo, in cui non si impara nulla, dove si studia poco e quel poco lo si dedica a materie “stupide” e superficiali. Una non-laurea, in sostanza.

Anzitutto la cosa paradossale è che chi imputa queste deficienze a Comunicazione è pressoché mai qualcuno che la facoltà l’abbia frequentata. Sicché parla per sentito dire, atteggiamento che non è esattamente definibile “corretto” e analiticamente (oserei dire scientificamente, ma mi si passi almeno “empiricamente”) attendibile. In più le motivazioni addotte sono spesso relative a casi particolari (che so, lo studente parcheggiato lì da anni, soggetto comune a tutte le facoltà peraltro) o alla spendibilità del titolo di studio, cosa questa che non è propriamente l’effetto diretto di un corso di laurea mal concepito o mal gestito. Benché io riconosca i difetti della facoltà che mi ha visto studente per cinque anni (e poi per quattro anni assistente a un paio di cattedre) e i problemi di identità che può creare il titolo nel laureato, proverei una difesa che Scienze della Comunicazione e i suoi studenti meritano.

La laurea in Scienze della Comunicazione (parlo per la mia esperienza, ovviamente: laurea di vecchio ordinamento – quinquennale – conseguita alla Sapienza di Roma) è per prima cosa una laurea. E cioè ha la dignità di un qualsiasi corso di studi accademico: come il Dams, come Medicina.

A Scienze della Comunicazione si studia. Cioè, il fatto che un discreto numero di laureati non abbia coscienza di ciò che ha studiato, il fatto che si possa uscire anche con un voto dignitoso senza aver fatto molto durante gli anni d’università, non inficia invece i risultati e la preparazione di chi ha speso tempo sulle ventisei prove del corso di laurea (il vecchio ordinamento si costituiva di 24 esami – considerevoli – più due idoneità): è semmai una questione che attiene allo studente svogliato e una responsabilità assegnabile al docente indulgente. E a dire il vero anche quest’idea è abbastanza costruita poiché ricordo benissimo esami durante i quali si veniva mandati subito a casa se non si rispondeva al primo quesito; non mi pare di aver assistito così spesso alle “regalie di voti” (mi è invece successo in altre facoltà – le cosiddette “serie”, quelle “difficili” che danno lavoro – di altri atenei, ma se polemizzassi commetterei lo stesso errore di chi critica Comunicazione).

Dal punto di vista disciplinare le materie di studio non sono “speciali”, cioè inventate ad hoc per una facoltà ove “non si sa bene cosa si studia”, e la qualità dei programmi è (era, ai mei tempi – seppur recenti) piuttosto alta (l’esame di Economia Politica si studiava sugli stessi testi in uso alla facoltà di Economia, per dire: non c’erano sconti). L’intenzione iniziale (secondo me invero mai tradita) alla base di Scienze della Comunicazione era di formare un profilo multiforme, è vero, ma attraverso competenze che sostanzialmente facessero capo a un unico ceppo: quello semiotico-linguistico. Una sorgente dunque filosofica (l’àmbito è quello della filosofia del linguaggio) nella sua declinazione più contemporanea: quella che cioè scaturisce dalle stesse considerazioni del pensiero analitico del Novecento, ovvero che non si può pensare al di fuori del linguaggio; e quella che accètta nel complesso disciplinare di cui fa parte, tutte le discipline di cui essa stessa è genitrice ovvero la sociologia, la psicologia, la scienza politica ecc. Il risultato? Una rigogliosa pianta di insegnamenti che fanno dello studente in Comunicazione il soggetto universitario più versatile sulla piazza. Certo, e qui si configura l’unico vero difetto della facoltà, un paio di esami di diritto o di psicologia non fanno di questo studente un giurista né uno psicologo, ma del resto non è quello lo scopo del corso di laurea. Il reale problema che una tale frammentazione della formazione crea non è tanto che si sa un po’ di tutto senza essere specializzati in niente, quanto il fatto che questa padronanza generica e superficiale degli strumenti che servono a interpretare il mondo non la si può usare professionalmente se non filtrata attraverso un’ulteriore prisma che è quello di almeno una competenza specifica che lo studente di comunicazione deve aver acquisito parallelamente agli studi universitari. Nessun laureato in Comunicazione, magari specializzato in “mass media” diventa giornalista se non ha incanalato prima tutto ciò che ha appreso nell’esercizio e nello studio della professione giornalistica. Allo stesso modo chi avesse scelto l’indirizzo “comunicazione di impresa”, difficilmente padroneggerà il marketing senza esservisi dedicato al di fuori di una facoltà che ha il limite di fornire una preparazione teorica spendibile ovunque, in qualsiasi settore, ma appunto soltanto in teoria.

La laurea in Comunicazione – è vero – da sola non serve (se non forse per azzeccare più domande nei quiz televisivi), ma mi pare che in linea di massima ci fossimo da tempo emancipati dal “funzionalismo”, ossia dalla valutazione di un titolo in base al suo successo nel mercato del lavoro (e del resto io sono un teorico dell’università come nutrimento dello spirito e non come mezzo per la ricerca di un lavoro). Quindi se siete appassionati del mondo, iscrivetevi pure a Scienze della Comunicazione, imparerete un sacco di cose. Se oltre a ciò con la laurea ci volete lavorare, trovate un àmbito di applicazione di questo straordinario – e un po’ hippie – crogiuolo di utensìli culturali. La vostra intelligenza farà poi il resto.

3 Risposte

  1. 😀 Concordo. Hai espresso anche il mio di pensiero ma con le tue parole io non ci sarei riuscita! Lo divulgo su FB!!!

  2. Per appassionarsi del mondo e imparare un sacco di cose basta un buon libro… Paragonare la laurea in Comunicazione a quella in Medicina mi sembra un insulto al lavoro intellettuale di migliaia di medici.
    Esistono lauree buone a nulla di serie B, è un dato di fatto, cii si rende conto di questo già al primo colloquio con un candidato che proviene dal DAMS o da comunicazione (o da Architettura di Reggio Calabria).
    Sicuramente ogni laurea ha un valore, ma non possiamo dire che tutti questi valori siano uguali.

  3. Se non erro si parla di dignità di laurea, non si fanno paragoni fra una laurea ed un’altra. Non c’è una laurea migliore di un’altra. Se come dice lei ci si rende conto ad un colloquio di lavoro che tipo di background ha una persona, non e’ certo la laurea in sè decisiva ma anche il liceo di provenienza e dove l’individuo e’ cresciuto, come e’ cresciuto. Ci sono medici fasulli e comunicatori in gamba! Architetti di Reggio Calabria eccellenti ed architetti di Milano incompetenti! E viceversa! Sa quanti medici andrebbero denunciati? Medici che mandano a casa pazienti che avevano mostrato segni di un infarto palese o quelli che han preso la laurea con “i punti del Mulino Bianco”. Medici raccomandati ( ed infatti si vedono i risultati!). In passato si poteva accedere all’università solo se si proveniva dal liceo classico. Si faceva eccezione per i ragionieri che potevano iscriversi ad economia e commercio ( laurea tanto osannata. Chi sa perché .. dato che seguendo il suo ragionamento non si può nemmeno paragonare ragioneria al liceo classico). Seguendo il suo discorso, si dovrebbero snobbare tutti i ragionieri. Eppure ci sono ragionieri in gamba. Citandola non posso che dire: ” Sicuramente ogni liceo ha un valore, ma non possiamo dire che tutti questi valori siano uguali”. Quindi partiamo direttamente dalla “radice” del problema. Nessuno si sognerebbe di dire ad un laureato in Comunicazione in Germania che basta un buon libro per “imparare un sacco di cose”. Questo la dice lunga sul diverso funzionamento delle due società.

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