Quelle interviste su RSera che nessuno leggerà

Jurij Temirkanov, voce calda, profonda, baritonale, è un uomo pacato e disponibile ma capace di infiammarsi sul podio quando affronta il grande repertorio tradizionale russo e l’opera italiana, musiche a prima vista lontane ma che in comune hanno invece «la massima capacità di esprimere la passione». Temirkanov, 74 anni, russo, uno dei massimi direttori viventi, è in Italia in questi giorni per due diversi appuntamenti. Il primo a Roma – domani alle Terme di Caracalla – è un concerto doppio in cui unirà la sua Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo a quella del Teatro dell’Opera di Roma. La prima parte del concerto sarà prettamente sinfonica con musiche di Rimskij-Korsakov; nella seconda invece verrà eseguita la cantata dall’Alexandr Nevskij di Prokof’ev mentre alle spalle della super orchestra e del coro verranno proiettate le immagini che Pier’Alli ha pensato appositamente per rinnovare la seduzione epica che Ejzenštejn aveva realizzato splendidamente col suo film del 1938. L’altro appuntamento è a Ravenna, l’8 (poi a Siena il 10), con musiche di Rimskij-Korsakov, Čajkovskij, Musorgskij e… Mendelssohn, una sorta di mosca bianca in programma russo fino al midollo.

Maestro, ancora e sempre i russi… Sono la sua specialità?

«Si è nel tempo diffusa la credenza che io sia specializzato in musica russa. Non è vero. È che mi chiedono solo quelli. In Giappone, in America, in Italia, ovunque vada, vogliono che esegua i russi, altrimenti non si vendono biglietti, dicono. Ma io vorrei portare in giro anche la musica contemporanea europea».

Le interessa la contemporanea? Perché in effetti non la si sente spesso dirigere musiche d’oggi.

«Ci riesco soprattutto in Russia. Ho tenuto a battesimo l’opera di Rodion Shchedrin tratta da Gogol, Anime morte. È stato un grande successo. Eseguo spesso opere di Giya Kancheli, che mi piace molto. Come regola etica ho quella di suonare solo la musica che mi piace. È anzi il dovere di ogni musicista: ogni volta che si sceglie di interpretare un compositore, la sua deve essere in quel momento la musica più bella del mondo. Altrimenti si deve rinunciare».

Lei in Italia viene spesso, le piace? Noi ci stiamo convincendo che il pubblico italiano stia regredendo e che la musica non gli interessi più…

«In Italia mi trovo benissimo. Il vostro credo sia lo stato dove in assoluto si vive meglio. L’atteggiamento verso la musica in generale è lo stesso dappertutto. La vera cultura, che non quella della tv, è in difficoltà in tutto il mondo, anche in Russia o in Germania c’è il problema del pubblico più giovane, l’Italia non è un’eccezione negativa come pensate. E non mi interessa se c’è un pubblico ignorante, anzi le dico che se accade che durante un concerto la gente applauda quando non deve, sono contento perché  vuol dire che uno spettatore nuovo è venuto ad ascoltare».

La musica che Prokof’ev ha scritto per il film di Ejzenštejn, Aleksandr Nevskij, sembra oggi essersi svincolata dale immagini, come mai?

«Perché Prokof’ev è stato un genio. È strano come questa musica che fu scritta per un film, sopravviva al film stesso. L’opera di Ejzenštejn oggi risulta naïf, ma la musica è attualissima: nessuno guarda più il film mentre la musica viene suonata dappertutto».

Quindi bisogna essere dei geni per scrivere musica per film che possa avere senso anche senza il cinema? Cosa pensa dei compositori che lavorano per il cinema?

«Che è il tempo a decidere. Moltissime musiche per il cinema scritte da compositori di colonne sonore resteranno ancorate alle immagini per cui sono state pensate. Solo la grande musica riesce invece a diventare indipendente».

E il cinema? Lo segue?

«Quasi mai, ora. Fino a venti anni fa mi interessava; ho visto tutta la grande commedia italiana, il vostro cinema dei tempi d’oro. Oggi ragiono come per le partite di calcio: assisto solo alla finale. Così guardo solo i film premiati ai festival».

Ci sono casi in cui musica e politica si mischiano, a volte con compromessi quasi nocivi, come nel caso di Shostakovich. È giusto o le due cose devono restare separate?

«Ogni compositore nasce in una precisa epoca storica e deve fare i conti con l’ambiente in cui è nato, non può estraniarsi. Ma il caso di Shostakovich fa veramente eccezione perché ciò che ha dovuto subire poteva scaturire solo da un regime infame come quello di Stalin».

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