Quelle interviste su RSera che mai nessuno leggerà

Cosa manca a Herbie Hancock, a 72 anni uno dei pianisti jazz più famosi e importanti del mondo? Una tournée da solista. Sembra incredibile che un jazzista del suo calibro (tra i numerosi premi, ben 14 Grammy) non abbia mai intrapreso un tour di piano solo – come hanno fatto quasi tutti i suoi colleghi – ma, proprio per non farsi mancare nulla, ecco che il pianista di Chicago colma anche quest’ultima “lacuna” del curriculum iniziando proprio dall’Italia (Parma il 21, Roma il 22, Pordenone il 23) una serie di concerti dal titolo ‘Herbie Hancock – Plugged in. A night of Solo Explorations’. Solo pianoforte? Non proprio.
Sul palco non ci sarà soltanto il pianoforte. Che idea ha del concerto da solista?
«Ho visto per anni la tecnologia evolversi e svilupparsi. Ero stupito che i Dj da soli facessero musica incredibile senza suonare strumenti. Quindi mi sono sempre chiesto come unire le cose: il pianoforte, che volevo continuare a suonare, e le macchine dei Dj. In concerto pezzi vecchi e nuovi verranno suonati e reinterpretati attraverso il pianoforte acustico e il sintetizzatore ma anche con l’intervento del laptop e dell’iPad: è una sfida per mettermi alla prova».
Musica di gruppo, ma da solo. Come mai soltanto ora ha deciso di fare un tour senza band? Aveva paura della solitudine?
«Ho sempre preferito suonare con altri musicisti perché c’è scambio, si costruisce qualcosa insieme, è un lavoro di squadra. Certo non per evitare la solitudine. Ma comunque non posso sentirmi solo anche quando sono da solo perché essendo un jazzista, improvvisando, non so cosa accadrà a ogni momento successivo. Suonando, compongo e nella creatività la solitudine non esiste».
Lei esordì da bambino con un concerto di Mozart, poi ha scelto il jazz. Le è servita l’esperienza classica?
«Ho iniziato con la classica è sono passato al jazz perché lo volevo. Per me quella formazione è stata fondamentale per la tecnica, per l’espressività e anche per la corretta postura del corpo e delle mani, per non avere danni di tipo fisico dovuto ai vizi che invece ha chi impara da solo. Incoraggio ogni pianista a iniziare con il classico, cercando un buon insegnante».
Tra l’altro è tornato alla classica di recente, con Lang Lang…
«È stata un’esperienza che spero sia solo all’inizio. Ormai oltre al rapporto artistico c’è una vera e propria amicizia. Ci sentiamo come due fratelli – certo io sono quello maggiore: nei pezzi suonati a quattro mani ci sembra di respirare insieme».
Un jazzista improvvisa, ma si rende conto quando sta realizzando un pezzo immortale, come uno standard? 
«Non saprai mai che stai scrivendo uno standard mentre lo scrivi. Chi avrebbe mai pensato nel 1962 che un pezzo come Watermelon Man sarebbe ancora stato suonato nel 2012? Il tempo determina se ciò che hai scritto diventerà uno standard o no. Però ci sono delle strategie a cui so di dover ricorrere se voglio che un pezzo abbia un appeal per piacere alla persone. Per esempio usare non più di due o tre idee per ogni pezzo. Ho un approccio minimale. È più facile che le persone ricordino tre cose che otto… Poi ovviamente bisogna vedere come le metti insieme. Tuttavia ciò che conta di più per me è che qualsiasi cosa esca dal cuore piuttosto che dalla testa. È il vero segreto: se il jazz viene dalla testa, non funziona. Puoi essere intelligente ma non venire capito. Ciò che lega l’umanità per me è il cuore e non il cervello».
Lei ha collaborato con tutti i più grandi musicisti degli ultimi decenni: di chi ha il più bel ricordo?
«Ho tre mentori musicali: la mia prima insegnante di pianoforte, che mi insegnò a toccare la tastiera e a farne uscire il suono giusto. Poi Donald Byrd che mi scoprì, facendomi entrare nella scena Jazz internazionale, e che mi insegnò i segreti per suonare velocemente. Infine Miles Davis che è anche stato il più importante dandomi le lezioni più profonde, che mi avrebbero portato a fare del jazz la mia vita».
Lei è un famoso praticante del buddhismo di Nichiren. In che modo l’aiuta come uomo e come artista?
«Sono quarant’anni che pratico il buddismo, quindi fa parte di oltre metà della mia vita. La cosa iniziò con un’esperienza musicale: dopo un concerto con la mia eravamo carichi di soddisfazione per la nostra grande performance. Ma sapevo che l’energia era derivata tutta dal bassista e così gli chiesi come aveva fatto. Mi parlò di questa religione e mi sono detto: se questo è il risultato, voglio praticarla anche io. Il suono del mantra funziona e far stare bene che tu ci creda o meno. La mia vita è cambiata del tutto. Prima ero limitato a fare di me un jazzista; poi ho realizzato che ciò che volevo era per prima cosa riconoscermi come essere umano. Capito questo è migliorata prima la mia vita, poi la mia musica. Non posso raccomandare niente di più che praticare questa religione: permette di diventare ciò che si vuole perché aiuta a capire chi si è».

copertina herbie

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