Henze, un grande

Il mio lavoro mi consente di incontrare personaggi importantissimi, grandi musicisti, di tutte le generazioni. Tra i tanti con cui ho avuto l’onore di parlare, Hans Werner Henze è stato però quello che più mi ha lasciato un ricordo speciale. L’intervista che gli feci nel 2008 a casa sua, nella splendida tenuta Leprara di Marino, è – lo giuro – la più bella esperienza che questo lavoro mi ha lasciato.

Henze, morto ieri a 86 anni, è stato uno dei maggiori compositori del secolo scorso. Coraggioso, ha sempre messo davanti l’espressività sentimentale della musica, e quindi il rapporto emotivo con gli ascoltatori, alla masturbazione cerebrale tipica della scuola da cui pure aveva preso le mosse (Dramstadt) che infatti lo ignorò quando egli le volse le spalle.

Ma Henze aveva la fortuna di avere un terzo orecchio; sentiva cose che le persone normali non riuscivano a cogliere. E infatti la sua musica – sopratutto quella sinfonica – è di una ricchezza incredibile, fa suonare insieme tante dimensioni timbriche, armoniche e melodiche diverse. Una qualità appartenuta a musicisti come Strauss e Mahler, di cui Henze è certamente il più diretto continuatore.

Di una dolcezza infinita, mi accolse con gentilezza e sorriso. Conversammo tanto. Parlava lentamente – era già molto malato e per alzarsi doveva farsi aiutare – ma ogni cosa che diceva era di una densità tale che non poteva non restare impressa. Ebbi da sùbito l’impressione di stare parlando con un saggio, un uomo che aveva conosciuto il mondo più a fondo di altri; mi sembrava di essere a contatto con un tesoro che mi passava la sua ricchezza col solo brillio del suo aspetto. Le parole di Henze brillavano, come la sua musica.

E mi ricordo che l’ultima cosa che mi disse fu: “mon cher, è venuto in macchina? Le vorrei offrire un bicchiere di vino”.

Presi dell’acqua. E me ne andai diviso tra la contentezza di aver conosciuto un personaggio straordinario e la preoccupazione che al giornale, dove mi sarei diretto subito dopo, non avrebbero accettato l’intervista (che io mi procurai di mia intenzione, telefonando direttamente a casa de maestro).

L’intervista – che feci in occasione della rappresentazione di Phaedra, la sua ultima opera teatrale, a Firenze – uscì. La ripubblico qui, nella versione che mandai al quotidiano. Non racconta tutto ciò che ci siamo detti, ma dà un’idea della persona e della sua arte.

Grazie e buon viaggio, Maestro.

Il fisico, provato, stanco, di Hans Werner Henze, non rende giustizia alla sua lucidità mentale al suo vigore artistico. Oggi, a 82 anni, Henze resta l’unico erede di una cultura musicale mitteleuropea che va da Bach a Mahler, passando per Mozart e Beethoven. Autore di sinfonie, balletti, e opere teatrali, il compositore tedesco non si ferma e continua a scrivere. Lo fa nel suo personalissimo stile che gli ha permesso di non essere collocato in alcuna scuola: «non credo che chi lavora creativamente possa ragionare in questi termini». La sua ultima opera per il teatro, Phaedra, asseconda l’amore per i classici greci, e andrà in scena per tre sere, il 5, il 6 e il 7 giugno per il Maggio Musicale Fiorentino, diretta da Roberto Abbado. Un lavoro breve, in soli due atti: «a me piacciono le opere brevi, come quelle di Mozart, non come quelle di Wagner». Nella sua splendida Villa Leprara, ai piedi di Marino, dove il panorama è fatto di ulivi, non si può fare a meno di riscoprirsi amanti dell’Italia, in cui Henze ha scelto di vivere dal 1953.

Qual è il compito del compositore di oggi?

«È più di mezzo secolo che mi occupo della composizione come forma d’arte. La musica ha un ruolo ben preciso nella nostra civiltà, rappresenta le cose che non si vedono, e noi musicisti siamo invitati, se non costretti, a produrre regolarmente un’opera d’arte. In questi lunghi anni ho sviluppato un mio modo di presentare la musica e di farla agire per smuovere l’ascoltatore. Quando si scrive, bisogna prestare attenzione all’intrattenimento, destare curiosità, cercare di fare amicizia con chi ascolta».

Lei è il prosecutore della lezione dei grandi maestri tedeschi. Pensa di essere arrivato a potersi considerare alla loro altezza?

«In verità la mia ammirazione per loro sta ancora crescendo. Cerco ancora di capire il loro insegnamento. Goethe, Auden, Pound, Eliot, amavano tutti essere in vivo contatto con i maestri della tradizione passata e quindi con il loro mondo stilistico».

Quanto è aderente questa Phaedra al testo greco originale?

«Per il libretto mi sono avvalso della collaborazione di un giovane poeta tedesco, Christoff Lehnert, che ha creato nuove situazioni tra i personaggi prima e dopo Fedra. Alcuni di loro muoiono alla fine del primo atto e riappaiono nel secondo. Come accade per Ippolito, risuscitato da Artemide, portato nei pressi di Nemi e nominato re del bosco. Qui dove siamo ora a parlare, regnavano Artemide e Ippolito».

Come altri compositori del 900 lei si è staccato piuttosto presto dal serialismo. Perché?

«Anche nei miei pezzi più dodecafonici c’è sempre molta libertà nel serialismo. Il che già costituisce un crimine di primo ordine. La scuola di Darmstad, a distanza di tempo, mi sembra ridicola, perché non si può sottomettere qualcuno a una regola che vieta la libera invenzione e che è ostile ai sentimenti. Poneva limiti alla creatività; ci si chiedeva: “ma chi sono questi, come si permettono?”. Sono stato a Darmstad i primi tre anni, poi sono venuto in Italia con una borsa di studio».

E ha deciso di restare…

«Avevo tre anni a disposizione per studiare i classici, la lingua italiana e l’adorabile mentalità dell’italiano modello. Cosicché, passati i tre anni, sarei dovuto tornare in Germania. Ma non me la sono sentita e sono rimasto qui. Non facendo parte della vita musicale italiana, non volevo occupare gli spazi riservati ai giovani colleghi italiani. È così spiegato perché le mie prime assolute sono avvenute in Inghilterra e Germania».

Come l’avevano presa i suoi amici tedeschi?

«Bene, anche troppo. Mi dicevano: “anche io voglio stare in Italia”. Ma li scoraggiavo perché la sentivo mia e non volevo condividerla con i miei connazionali».

E come vede l’Italia odierna?

«Mi dispiace dell’elezione del nuovo presidente del consiglio, dei politici di adesso. Nella mia Italia c’erano uomini come Gramsci, Berlinguer… Insomma l’antifascismo italiano mi sembrava una cosa giusta, importante, appassionante e incoraggiante. D’altro canto lo stesso sta avvenendo in Germania: le cose scivolano verso destra».

Le sue idee politiche influiscono sulla musica?

«Diciamo che scriverei diversamente se non fossi un simpatizzante del comunismo moderno».

Ascolta la musica di oggi? Che ne pensa?

«Trovo orribile la musica leggera italiana attuale. Ma in campi più alti vi sono partiture di giovani colleghi, che potrebbero essere miei figli, nelle quali sento che c’è un senso della ricerca, della chiarezza, della franchezza. Mi fanno sentire la mia Italia nella sua forma più lucida, civile e onesta».

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