Ravi Shankar

Ravi Shankar è morto ieri all’età di 92 anni. Quando l’anno scorso è uscita la Guida ai musicisti che rompono, era ancora vivo e ne scrivevo così:

Ravi Shankar ha ormai novanta anni e l’aspetto di una mummia. La cosiddetta “world music” ne ha fatta di strada da quando il musicista indiano portò il suono del sitar presso i nostri orecchi.  Se oggi Shankar non rappresenta più nulla di speciale, negli anni ’60 – un periodo in cui ci si beveva come elemento irrinunciabile tutto ciò che di esotico provenisse dal terzo mondo – piantò con forza nel nostro suolo “evoluto” e occidentale la bandiera asiatica della spiritualità musicale. Standing ovation.

Sono due baluardi della cultura pop a rendere possibile questo inserimento: i Beatles da una parte, Woodstock dall’altra. Una volta che la band (tipo uomo Del Monte) diceva “sì” facendo frutto dei tuoi insegnamenti e che il palco del più grande raduno musicale che si ricordi ti accettava tra i partecipanti, era fatta. Prima di riuscire a portare la musica classica indiana in quella europea, Shankar dovette dunque passare per il mondo del rock. Il che la dice lunga su come in effetti fosse problematica e non scontata l’ammissione nel circuito colto di una musica ritenuta primitiva perché priva dell’armonia e delle complessità ritmiche tipiche della musica nata in Europa.

Il percorso di Shankar è opposto a quello di molti compositori occidentali che hanno viaggiato per il mondo riportandoci suoni e stilemi dei luoghi visitati: La Monte Young e Terry Riley, per esempio, hanno trasfigurato e manipolato la musica indiana attraverso i loro strumenti di compositori americani, non si sono limitati a suonare Raga indiani con le tastiere (operazione che sarebbe stata piuttosto stolta). Shankar invece parte dall’India col suo sitar portando con sé la musica del suo paese, cercando di incunearla nella nostra. Ce la fa, non riuscendo però – e non crediamo sia colpa sua – mai in una fusione vera tra i due linguaggi. Due esempi. Uno è, nel rock, l’uso che i musicisti hanno fatto del sitar. In Norwegian Wood (This Bird has Flown), George Harrison non fa che doppiare con il sitar una accattivante melodiuccia che aveva già assegnato alla sua chitarra. Niente di nuovo dunque, a parte il suono. Così fanno anche tanti gruppi folk che inseriscono il sitar o altri strumenti di provenienza asiatica come il koto in uno scenario strutturalmente armonico, che cioè risponde a regole sconosciute alla tradizione orientale. Quindi alla fine non piegano la loro musica alle esigenze dello strumento “esotico”, ma fanno esattamente il contrario aggiungendo soltanto un timbro pittoresco alla composizione. L’altro esempio è il concerto per sitar e orchestra, scritto dallo stesso Shankar. Il problema è il medesimo: gli strumenti dell’orchestra e il sitar si imitano a vicenda, negli effetti come nelle linee melodiche, ma sembrano non mescolarsi mai veramente, lasciandoci le immagini di una basilica da una parte e di un tempio indù dall’altra che mai si fondono in un unico luogo di culto.

L’importanza di Shankar sta tutta nell’esser riuscito a imporre una cultura sonora di grande rilievo e profondità conquistando orizzontalmente gli ambienti musicali colti e pop. Ma le cose più belle e interessanti restano quelle che lui ha fatto da indiano puro, evitando che la sua dimensione venisse inutilmente condita da elementi estranei.

E questo è, più in generale, il cruccio di molta world music il cui tentativo, nobile e forse un po’ utopico, di essere musica globale spesso sfiorisce in quattro bonghi messi lì a discutere con una chitarra elettrica che – in realtà – di conversare non ne vuole proprio sapere. Del resto in Tirolo fanno la pasta alla carbonara con lo speck… Ma che senso ha?

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