Sofija Gubajdulina (versione originale)

Ci sono persone che sembrano nate per fare esattamente quello che fanno. Difficilmente si riesce a immaginare un mestiere diverso dalla musica per Sofija Gubajdulina, nata in Unione Sovietica, a Čistopol’, 81 anni fa e oggi unanimemente considerata la maggiore compositrice vivente. La musicista russa, che ora vive in Germania, ha un catalogo sterminato che comprende composizioni sinfoniche e da camera, spesso inclusive di strumenti insoliti, poco esplorati o appartenenti alla cultura popolare. Solo il teatro musicale manca nella sua produzione, e non a caso: «ho sempre evitato l’opera volontariamente, non la trovo a me congeniale», afferma sorridendo. La compositrice si fa vedere poco, è costantemente concentrata sulla ricerca musicale, e infatti sarà un grande ritorno il suo, in Italia il 6 aprile, quando il festival Contemporanea a Roma le dedicherà una serata intera (verrà eseguito, tra le altre cose, il Cantico del Sole ripubblicato da ECM in un recente Cd).

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Il suo percorso è stato segnato dalla musica da subito, come un destino ineluttabile, prima ancora di conoscere la musica, già pensava di scriverla: «Ho pensato di diventare compositore – dice – ben prima di iniziare a studiare il pianoforte. Volevo essere dentro la creazione della musica. L’incontro col pianoforte a coda fu un’esperienza incredibile: quando mia sorella bambina suonava io toccavo le corde per improvvisare e creare un suono diverso. Avevo cinque anni e capii subito che le possibilità dei bambini per il pianoforte erano davvero poche; i pezzi per l’infanzia scritti dai compositori non davano possibilità di immaginazione». Il talento innato di Sofija Gubajdulina rifulge ancor di più se si considera la sua provenienza: «Non sono cresciuta in una famiglia di musicisti, non avevamo dischi a casa, la musica non si ascoltava. Realizzai che c’erano compositori che creavano musica, ma non sapevo chi fossero e dove fossero e decisi comunque che avrei dovuto far parte della musica. Poi scoprii i nomi dei compositori ma ormai avevo l’idea di dire la mia, non potevo preoccuparmi che ci fosse stato qualcuno di molto bravo prima di me. A 13 anni entrai una classe di musica per studiare e all’inizio la vera paura era di fare cose che altri non facevano». Ma le paure della compositrice erano solo estetiche, non politiche, pur vivendo in un periodo in cui il regime condizionava tutte le scelte delle persone: «Non ho mai avuto nessun problema a resistere alle opposizioni politiche di qualcuno, non cedo neanche ora. Ho avuto un grande esempio da mio padre che era un buon ingegnere ma povero: gli chiesero di entrare nel partito comunista fino alla fine dei suoi giorni, ma ha sempre rifiutato preferendo l’onore ai benefici economici». Certo, Stalin muore quando Sofija è ancora giovane e per lei la censura è molto meno pericolosa, ma esisteva una lista nera di compositori “scomodi”: «La generazione precedente, se scriveva cose che non piacevano al regime, poteva finire in prigione; è stata una generazione molto infelice quella di Šostakovič. Io, insieme ad altri sei, ero nella black list, ma non mi ha mai preoccupato, componevo liberamente, senza commissioni. Non si era eseguiti, ma non era pericoloso; per esprimersi bastava ricorrere al cinema, come ho fatto io. Oppure si poteva andare in America. La censura era su di noi, non sui pezzi: i servizi segreti non sapevano leggere le partiture, quindi non potevano valutare come facevano coi libri. La mia visione della società ideale è una monarchia in cui i musicisti vengono supportati e l’educazione è libera e gratuita». Dalla politica Sofija Gubajdulina è sempre stata alla larga: «Quando ho letto davvero Lenin ho capito che erano solo bugie. C’erano tante contraddizioni in Stato e rivoluzione e del resto bastava guardare cosa accadeva fuori per capire che ciò che era teorizzato nei libri era un’utopia irrealizzabile». Allo stesso modo guarda con senso critico all’avanguardia musicale che pure le appartiene. Sebbene anche lei provenga dalla generazione del grande rifiuto della tradizione tonale, sa quanto il progresso sia “costato”: «Nella musica tonale c’è un principio cosmico, quello della gravità. Fu negato nella nuova musica dodecafonica, che aveva guadagnato in uguaglianza; era però un’idea politica. Oggi si comincia a capire cosa si è perso: in nome del “progresso” si è perso di vista il senso della musica. Il progresso non va dritto, ma cambia direzioni continuamente e per ogni pezzo di progresso che fai devi pagare, perdendo qualcosa». Con tenacia e indipendenza la compositrice ha quindi realizzato una poetica personalissima che si caratterizza per due aspetti principali: lo sguardo alla natura e la dimensione religiosa. «Bisogna essere molto vicini alla natura, perché il suono del mondo è dentro le cose che viviamo, piante animali. Colgo natura quando sono in giro e passeggio, la catturo. Ho molto rispetto per i sentimenti religiosi, sono fondamentali per i legami. L’esperienza religiosa aiuta le persone a vivere in un’altra dimensione, più alta, rispetto a questa. La società contemporanea sta cercando di vivere senza spiritualità, ma così rinuncia a una dimensione. E l’arte soprattutto soffre di questo. Ogni composizione ha una forma che è lo spirito, i compositori devono capirlo. La musica serve per esprimere materialisticamente spiritualità della natura».

 

Samsung

traduttrice, compositrice e me a Lucerna

 

Una Risposta

  1. Gradirei contattare Sofija in relazione ad un mio progettato libretto sulla vicenda tragica di Lydia Kirpicheva, sorella della mia insegnante di pianoforte, nata a Pskov, venute in Italia nel 1936, foglio morto tragicamente, forse ucciso…. sono matematico ma da qualche anno ho interessi nella lirica, avendo pubblicato un libro su 108 stelle della lirica, un secondo quasi finito. In più ho scritto un libretto per l’opera LA TUNGUSKA MISTERIOSA, in fase di orchestrazione da parte di compositore italiano che debutta spesso in Russia. Da qualche tempo pubblico i miei lavori scientifici su riviste di Kazan, dove Sofija studiò se ben ricordo, e dove nacque Shaliapin, la cui nipote ho intervistato giorni fa.

    Cordialmente

    Emilio Spedicato

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