Morton Subotnick

A oggi, uno dei musicisti più visionari del mondo ha 80 anni. Nato nel 1933, Morton Subotnick non sa fare altro che guardare al futuro, il passato non gli interessa proprio. Ha colto, nella sua vita di musicista, tutte le innovazioni fondamentali, non appena si affacciavano, usandole per fare musica, e tutti i musicisti “elettronici” di oggi gli devono qualcosa. Il pioniere americano della musica elettronica suonerà per la prima volta in Italia al Barezzi Festival, rassegna multiforme che si aprirà proprio con la performance di Subotnick e l’artista visivo Lillevan il 28, e proseguirà con musicistidiversissimi, da Wim Mertens a Enrico Rava fino a novembre. «È come se fosse la prima volta in Italia per me – dice Subotnick -. Ho partecipato a una Biennale di Venezia nel 1963, quando lavoravo con Berio. Poi davvero non so perché siano passati cinquanta anni e non sono più venuto. Mi esibirò con il nuovo sintetizzatore Buchla e il mio computer. È una sorta di grande medley dei miei dischi e si chiama appunto From Silver Apples Of The Moon To A Sky Of Cloudless Sulphur. Cercherò di dare un nuovo punto di vista a quelle composizioni, non è un lavoro di nostalgia. È una performance che nasce spontanea, faccio come farebbe un dj oggi: una combinazione di clip». Subotnick ha una breve storia da compositore classico, appena incontra negli anni ’50 le tecnologie dell’epoca, se ne innamora e si inserisce subito nel solco della musica elettroacustica americana fondando con Terry Riley, Steve Reich e altri il San Francisco Tape Music Center «Ho iniziato a comporre sessant’anni fa, con gli strumenti tradizionali, studiavo con Darius Milahud che mi ammirava ma che odiava la mia musica: del resto scrivevo secondo i canoni del serialismo di Webern. Ma mi sono fermato prestissimo, all’inizio degli anni 60 e da lì mi sono dedicato solo agli strumenti elettronici: con l’ingresso dei transistor e la diffusione dei nastri magnetici negli anni 50 capimmo che il mondo stava cambiando». Subotnick si fa conoscere nel 1967 quando pubblica Silver Apples of the Moon, il primo disco interamente realizzato con un sintetizzatore: è il Buchla, diretto rivale del Moog, alla cui costruzione Subotnick contribuisce in modo decisivo: «Sono due le cose che ho cercato di portare nel Buchla: una è stata il touch-play, la sensibilità del tocco. Puoi dare emozione, intensità, attraverso i polpastrelli che sono pieni di terminazioni nervose e si perdono spesso sui tasti degli strumenti tradizionali.L’altro era la possibilità di manipolare la voce, cosa che siamo riusciti a fare in un paio d’anni. Per me il pianoforte era il diavolo, la tastiera era da superare, niente di ciò che facevo doveva somigliare alla tradizione». L’assenza della tastiera era la principale differenza con il Moog, che ebbe un successo maggiore proprio per la sua versatilità. «Sapevo che non erano i tasti bianchi e neri il futuro della musica. Non sitratta di migliorare gli strumenti, ma di crearne di nuovi. Il pianoforte è perfetto da due secoli. Spero si vada verso strumenti che non chiedano di usare le dita, di fare le scale, ma che si muovano in base al gesto». La musica di Subotnick scaturisce proprio da questa concezione dell’analogico come possibilità di identificazione tra gesto e suono. Come con tastiera di una macchina da scrivere si possono produrre diversi simboli con lo stesso gesto, anche tra la pressione del tasto di un pianoforte e il suono ricavato non c’è nessuna relazione:  «l’interfaccia non poteva più essere una tastiera.Il pianoforte non è analogico veramente. La voce lo è il gesto, anche». Il paradosso è che la tecnologia permetterebbe di tornare alla relazione tra atto fisico e suono, eludendo l’artificio del sistema notazionale: «Mi serviva uno strumento che potesse tracciare una curva sonora, continua, non creata da tantissime note in successione.Sogno un unico strumento in cui tutti si possano muovere e decidere insieme, senza il direttore d’orchestra, dove andare. Senza spartito, senza note». Per Subotnick è fondamentale la dimensione spaziale («dipingo il suono in una tela di spazio e tempo», dice) e riversa questo concetto, assieme a quello del tocco e dell’assenza dipartitura, in ogni sua invenzione, come nel Pitch Painter, un’app per iPad per insegnare la musica ai bambini «è per bambini dai 3 ai 5 anni ma è divertente anche per gli adulti. Puoi creare musica mentre la suoni e c’è una corrispondenza diretta tra la mappa dei suoni che disegni e il risultato acustico. La sfida è identificare la musica con il software. I ragazzi di oggi non crescono necessariamente avendo a che fare con strumenti musicali, il software però può suonare. Una volta usavamo il mouse, ma il“point & click” è di quanto più innaturale ci sia. I dispositivi touch invece rispondono direttamente al nostro corpo».

 

Per Subotnick il mezzo è più che mai il messaggio:«Stockhausen e altri hanno trovato modi per scrivere la musica elettronica. Ma a me la cosa non ha mai interessato. Ero interessato al suono. E ho sempre pensato che il giusto supporto di scrittura fosse il disco, che non è un contenitore, ma una parte fondamentale del contenuto. Il disco rappresenta la perfezione. La performance live il “momento”, cioè la verità esecutiva che prevede l’errore, ma anche il rapporto umano con il pubblico. La dimensione principale del disco è il suono, quella del concerto è la relazione, il suono è secondario. Silver Apples non l’ho “registrato” su disco, l’ho scritto, creato, sul disco». L’ottantenne, lucidissimo, musicista americano non sa proprio stare nel presente, quando qualcuno iniziava a capire qualcosa dei sintetizzatori, lui già sperimentava i computer: «Ho smesso abbastanza presto di usare la strumentazione analogica, appena si sono affacciati i computer. Già negli anni ottanta ho iniziato a usarli anche dal vivo. Quando si pensa alla musica tutti hanno in mente qualcosa di chiaro, il suono di un pianoforte, di un violino, una melodia… Ecco sto aspettando il giorno in cui non sapremo più cos’è la musica».

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