Intervista (integrale*) a Michela Lucenti

Il Flauto Magico di Mozart è un’opera così ricca di simbolismo, allegorie, strati di lettura, che risulta un succulento banco di prova più per i registi che per gli interpreti. Tanto che è una di quelle più messe in scena dai registi non “puri”. Questa volta si cimenta nell’allestimento Michela Lucenti, coreografa ligure poco più che quarantenne alla sua prima regia lirica da sola, esponente di prim’ordine del teatro danza italiano: «io lo chiamo “teatro fisico” – dice – perché sottende l’azione». In scena al Teatro Comunale di Bolzano l’11 e il 12 gennaio, questo Flauto Magico si preannuncia interessante e originale proprio perché l’approccio personale che Michela Lucenti con la compagnia Balletto Civile (attualmente in residenza al Teatro Due di Parma), di cui è direttore artistico, usa trasferire in ogni realizzazione.

Lucenti, lei è abituata a creare i suoi lavori dall’inizio alla fine. Come si regola di fronte a un’opera classica, totalmente scritta, quasi intoccabile?

«Lo sforzo e la sfida stanno proprio nel lavorare su opere “blindate”. Quella di Mozart però è così ricca che mi sono sentita davvero libera di esprimere le mie idee. Fondamentale è stato il direttore Ekhart Wycik che ha capito il lavoro e ha aggiustato il tiro. Abbiamo infatti lavorato a stretto contatto, le prove prevedevano la parte musicale e quella sulla scena insieme, così da scrivere le idee direttamente in partitura, non appicciandole in secondo momento. Così tutto ha viaggiato insieme, in armonia».

Come sarà questo Flauto Magico e che ruolo avrà la danza?

«L’idea di fondo è che questo mondo immaginario sia la dimensione in cui si scontrano buio e luce, mascolino e femmineo, il basso e l’alto. La città di Sarastro sarà sotto il mare, dove è sprofondata e verrà fatta riemergere da Tamino e Pamina.La danza entra grazie ad alcuni danzatori del Balletto Civile, le coreografie sono perfettamente integrate, provate insieme all’opera. Sono gli schiavi di Monostatos, i sacerdoti: eterni dervisci, continuamente in scena che si mescolano al coro».

Tra ermetismo e psicologia, il Singspiel mozartiano si presta a diverse letture. Qual è la sua?

«Anzitutto ritengo che la simbologia deve essere compresa da tutti, anche senzasapere di massoneria e tradizioni ermetiche, e su ciò ho puntato. Vedo questa favola come un processo di iniziazione all’amore, un percorso fatto di prove che giovani uomini e giovani donne devono superare per incontrare l’altro da sé. In quest’operavedo la crescita, l’emancipazione dell’essere umano, la formazione dell’adolescente che fa delle scelte da solo, nonostante in testa abbia quello che genitori e società glihanno inculcato. Alla fine, nella vita, le decisioni si prendono autonomamente, magarianche goffamente. Mi piacerebbe che i giovani capissero come messaggio che c’è un istinto interno che permette di fare delle scelte, basta ascoltarsi».

Lei, danzatrice, attrice e coreografa, ha a che fare molto con il gesto. Questo è un caso in cui dovrà vedersela anche con i cantanti, quindi il suono. Come fa comunicare questi due linguaggi non verbali?

«Per me lavorare con i cantanti è molto bello, hanno qualcosa del simile ai danzatori.Cioè sanno che hanno uno strumento, la voce e il corpo, da preservare e da usare. Alcontrario di quanto fa l’attore, che è più sfacciato: la tecnica per gli attori è già atta a raccontare. Io cerco di chiedere la verità a danzatori e cantanti; chiedo: comprendi quello dici. Far chiedere loro il senso di ciò che fanno è per me l’aspetto più interessante. Per esempio, non si devono spostare sul palco solo perché serve al regista, ogni movimento deve avere a che fare con l’azione scenica, con una derivazione psicologica. La gestualità arriva a parlare solo quando l’interprete è assolutamente concentrato su ciò che sta facendo. A volte il gesto che propongo nelle mie coreografie sembra sciatto, poco curato… Proprio perché, ha la pretesa di essere vero. Al di là di un’affettazione estetica».

Oggi il teatro danza è completamente sdoganato. Ma cos’è precisamente,un’esigenza moderna di comunicazione o semplicemente una delle tante possibilità estetiche della danza?  

«Per me è un’esigenza naturalissima. Io sono nata con la danza classica tradizionale.Poi ho incontrato Pina Bausch che mi ha dato una “mazzata” facendomi vedere che la danza è un’altra cosa. Per Pina era fondamentale studiare il teatro e così ho capito che mi sarebbe piaciuto e stare anche dall’altra parte. Ho quindi lo studio della recitazioneallo stabile di Genova e il passaggio tra il teatro alla danza è stato naturale, oggi le due cose vanno parallelamente. Io sono anche la dimostrazione che non è vero che bisogna cominciare presto per fare tutto, oppure che o fai l’uno o fare altro…Sbagliato! Io ho fatto entrambe le cose. Si possono fare, si diventa interpreti straordinari, che non significa riuscire a metà, essere mezzi attori o mezzi danzatori».

Questa ipotesi di far convergere più linguaggi certamente è coerente con una sua idea di spettacolo “totale”.

«Non si deve avere vergogna di cercare di concepire un’operazione, una creatura, in modo totale. Questo non toglie assolutamente niente a chi sceglie di lavorare su unasola specificità. A me piace immaginare spettacoli trasversali… Bisognerebbe smetterla in Italia di stare in un antagonismo, che deriva da una paura di sperimentare che a ben guardare spaventa organizzativamente, non artisticamente. Separare nettamente è un errore. Tutto questo è normale all’estero, qui ancora abbiamo problemi con la Siae perché a volte non sappiamo se depositare uno spettacolo in“teatro”, “danza”, “musica”, “operetta”, solo perché prevede i cantanti…».

La sua compagnia si chiama Balletto Civile… Un nome “impegnato”.

«Balletto Civile nasce nel 2003. Ho sentito l’importanza della drammaturgia e dellavoro sul corpo. Era importante chiamarlo “balletto” perché l’etimologia è “azione danzata”. Avevo in mente di liberarlo dall’immaginario delle crinoline, e di proporre un pensiero che diventava danza. In quel periodo poi ero un’occupante, unaimpegnata, e chiamarlo “civile” era legato al concetto di “civis”: volevo che fosse concreto, informato sul presente. Il corpo è usato da noi come testimonianza e Balletto Civile è un organico comunitario di danzatori che leggono il tempo che vivono».

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/01/06/michela-lucenti-dalla-danza-mozart-porto-dervisci.html?ref=search

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