Noam Chomsky (intervista integrale*)

«Non penso che ci sia un politico che abbia mai prestato una qualche attenzione a ciò che scrivo, dico o faccio». A 85 anni, Noam Chomsky si rende bene conto che pureessere uno degli intellettuali più ascoltati del pianeta, non cambia la direzione che il mondo ha preso. Il grande linguista americano, a partire dagli anni 70, ha scelto seriamente la strada del pensiero e dell’attivismo politico che lo ha portato oggi a essere l’interlocutore privilegiato nei dialoghi sui problemi di ordine mondiale. Una raccolta dei suoi saggi politici, I padroni dell’umanità (Ponte alle Grazie, in libreria il 23), mette ora in fila tutte le sue risposte, generalmente volte a condannare i sistemi neoliberisti e neocolonialisti.  Nel frattempo la sua idea di una grammatica universale(facoltà mentale comune a tutti gli individui) e la teoria della grammatica generativa(l’insieme, finito, delle regole che danno luogo alle potenzialmente infinite formulazioni delle frasi) hanno iniziato a camminare da sole: «La grammatica generativa è ormai una scienza, e come tale raccoglie i risultati prodotti dalla partecipazione collettiva di tanti studiosi – dice -. Non riesco a riassumere ora i progressi degli studi, ma ci sono passi in avanti sostanziali, soprattutto riguardanti nuove domande che preludono a interessanti scoperte». Il 25 gennaio a Roma, all’interno del Festival delle Scienze, Chomsky terrà una lezione magistrale in cui parlerà «di alcuni argomenti concernenti il linguaggio e la mente, delle loro radici nell’età scientifica moderna e nell’Illuminismo, il loro stato attuale e quali considerazioni danno suggerimenti sui limiti possibili della comprensione umana». Ma il pubblico italiano potrà incontrarlo anche la sera prima in un curioso spettacolomusicale, Conversazioni con Chomsky, una talk-opera multimediale del compositoreEmanuele Casale, ove il linguista parteciperà a «una sessione di domande sugli argomenti della linguistica, dell’economia e della politica»… Con qualche considerazione finale – e forse previsione – anche sulla situazione Italiana.

Professor Chomsky, lei parteciperà a un’opera musicale. Si dice spesso che la musica sia un linguaggio universale. Ma, innanzi tutto, la musica è un linguaggio?

«Il concetto di linguaggio nell’uso comune è vago e informale. È comunque possibile formulare almeno alcune chiare domande. Per esempio quali relazioni ci sono tra musica e linguaggio umano? Ci sono studi su questo e molte idee interessanti ma la domanda generale non ha risposta. È come domandarsi se gli aeroplani volino (certo, ma non come le aquile) o se i sottomarini nuotino (non proprio come delfini). Sono faccende che hanno a che fare con le metafore che scegliamo di accettare, non sono questioni fattuali».

Cosa differenzia il linguaggio verbale dagli altri sistemi di segni (suoni, figure, gesti)? Non è certamente solo una questione semantica, ci sono altri aspetti da considerare…

«È importante ricordare che il linguaggio umano non è necessariamente verbale. Può essere espresso attraverso suoni, il modo più comune, o segni grafici. Come abbiamo scoperto in anni recenti, molti linguaggi simbolici che sono nati nel mondo sono particolarmente simili ai linguaggi orali. A ogni modo il linguaggio umano differisce da altri sistemi di segni in alcuni importanti aspetti: struttura, uso, rappresentazione neuronale.  È stato anche scoperto che lo stesso gesto può funzionare in maniera diversa se viene usato in un sistema di segni o se in un contesto non linguistico. Le proprietà fondamentali del linguaggio umano appaiono uniche e sono probabilmente emerse relativamente di recente rispetto al processo evolutivo. La facoltà del linguaggio sembra essere ampiamente dissociata da altri sistemi cognitivi umani e completamente differente dai sistemi di comunicazione animali».

Se il linguaggio è generato dalla grammatica e la grammatica fondata su strutture foniche, si potrebbe dire che il linguaggio si origina più probabilmente dal suono che dal segno?

«Quello che possiamo dire è che il suono è solo una delle forme di esternalizzazione del linguaggio e non sembra essere essenziale della sua natura. Concordo con la tradizione che tende a considerare il linguaggio primariamente uno strumento del pensiero e la sua esternalizzazione, in una o un’altra modalità, un processo secondario. È tuttavia vero che i segni grafici sono cosa piuttosto recente nella storia dell’uomo, tra l’altro solo in certe culture, e che non possano essere relazionati all’origine del linguaggio».

Cosa pensa delle recenti ricerche neurolinguistiche? Sembrano entrare nel solco che lei ha tracciato. I risultati scientifici mettono a tacere la diatriba tra “innatismo” e comportamentismo?

«La neurolinguistica sta portando avanti un lavoro molto interessante. In particolare a Milano, l’iniziativa di Andrea Moro ha fatto emergere importanti prove sulle proprietà basilari del linguaggio umano. Nonostante io abbia sempre trovato fuorviante parlare di dibattito tra comportamentismo e “innatismo” (e soprattutto su questa parola bisognerebbe accordarsi, perché non ha un significato ben definito), non si può seriamente dubitare che ci sia un alto numero di fattori innati che entrano in ogni aspetto della funzione cognitiva. L’unica alternativa è la magia. Il lavoro scientifico è determinare questi fattori: per esempio, qual è la dote biologica che rende il bambino, e non un altro organismo, in grado di sviluppare le capacità che io e lei stiamo usando ora? E così domande simili sulle facoltà mentali e non. Anche icomportamentisti ormai credono a fattori innati. Il comportamentismo così come era nato è scomparso, ne restano pochi concetti utili e alcune sofisticate tecniche sperimentali».

Possiamo definire il secolo scorso, in filosofia, il secolo della “svolta linguistica”. La filosofia del linguaggio è ancora un nodo centrale della speculazione?

«La filosofia del linguaggio è ancora un campo pieno di vita, sebbene ormai una parte sia stata assorbita dalla più generale filosofia della mente. E ormai la filosofia anglo-americana, centro della svolta linguistica nel dopoguerra, è cambiata prendendo direzioni molteplici e differenti».

Se il linguaggio informa l’esperienza, quanto i problemi del mondo dipendono dal linguaggio?

«Difficile pensare che esista un’attività umana in cui il linguaggio non sia direttamente coinvolto. Dire che ci sia una dipendenza dal linguaggio è plausibile ma è una questione davvero troppo seria e indefinita per esaminarla».

Il suo ultimo libro si intitola I padroni dell’umanità. Chi sono costoro?

«I centri corporativi delle società industriali avanzate vogliono farsi ricordare come i padroni dell’umanità. Il termine è preso in prestito da una frase di Adam Smith: “la vile massima dei padroni dell’umanità: tutto per noi, niente per gli altri”. È esattamente la proprietà istituzionale delle società capitaliste».

In uno dei suoi saggi lei scrive che potere e verità sono in conflitto e che gli intellettuali o ricercano la verità o comandano. È dunque impossibile il governo dei filosofi sognato da Platone?

«Bakunin predisse che il governo dalla classe emergente della “scientific intelligentsia” avrebbe portato alle peggiori e brutali autocrazie della storia umana. È risultata un’osservazione lungimirante. Non c’è dunque ragione per aspettarsi che il governo dei filosofi, o quello di una qualsiasi altra élite, sia migliore».

Lei è sempre molto critico verso gli Stati Uniti. Qual è stato il loro più grande errore?

«Gli Stati Uniti sono fondati su due enormi peccati originali: la schiavitù e l’eliminazione della popolazione indigena. Senza attraversare la storia, ci sono buone ragioni che spiegano perché gli Stati Uniti siano considerati come tra i maggiori rischi per la pace mondiale oggi. Allo stesso tempo, con tutti i suoi difetti, la societàamericana è per parecchi aspetti la più libera del mondo, il che non è un piccolo risultato».

Tra i temi che le stanno più a cuore c’è l’ambiente. Quali rischi dobbiamo temere?

«Ci sono due ombre scure che incombono su ogni considerazione riguardo al futuro: la catastrofe ambientale e la guerra nucleare. La prima è già tristemente una realtà; l’altra è un rischio sempre presente che non accenna a dissolversi, è quasi un miracolo che siamo scappati a un disastro nucleare non così tanto tempo fa. Pessimismo e ottimismo sono questioni soggettive, non sono importanti: qualunque sia il proprio stato d’animo, le azioni da intraprendere sono essenzialmente le stesse».

* pubblicata a pag. 39 de La repubblica del 18 gennaio 2014

Una Risposta

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