Il pianoforte di Myung-Whun Chung*

Il nome di Myung-Whun Chung, tra più noti della direzione d’orchestra, è raramente associato al pianoforte, strumento che il maestro coreano suona fin da quando era piccolo e che anzi costituisce il punto di inizio della sua carriera di musicista. Nel tempo Chung si è affermato come direttore lasciando in secondo piano la sua attività di pianista, ma adesso sorprende tutti incidendo un disco per pianoforte solo, il primo in oltre quaranta anni di carriera, per l’etichetta ECM. A scorrere i titoli sembra di trovarsi davanti a una sorta di “greatest hits” del pianoforte: si passa dai più noti Improvvisi di Schubert e Notturni di Chopin a pezzi che ormai quasi nessuno incide più come Per Elisa di Beethoven e le Variazioni mozartiane su “Ah, vous dirai-je Maman”. A partire da un Clair de Lune di Debussy eseguito in maniera meravigliosa, dilatata, al cui suono “pettinato” ed etereo contribuisce certamente la mano di Manfred Eicher, scopriamo un pianista raffinatissimo che con un eccesso di modestia dice: «Non lo considero un disco da vero pianista, sono solo un pianista dilettante». Il Cd nasce in un periodo che costituisce una seconda vita per Chung, ora che, sessantenne, ha deciso di dedicarsi a ciò che lo rende contento: «Molto tempo fa dissi: “quando farò sessanta anni smetterò con la musica”. Li ho compiuti l’anno scorso e ho deciso di limitare l’aspetto puramente professionale del mio lavoro e dedicarmi di più a ciò che mi piace».

Maestro, perché ha inciso un disco per pianoforte sollo adesso?

«È stato mio figlio a suggerirmi di farlo come regalo per i miei nipoti. E allora ho pensato che sarebbe stato bello tramandare in modo familiare la conoscenza della musica attraverso questo disco, fatto di brani conosciuti anche dai ragazzi. Tutti i pezzi scelti hanno a che fare con la mia vita. Le variazioni di Mozart sono proprio indirizzate al pubblico dei più piccoli, il tema è una delle prime cose che imparano a lezione di musica; il brano di Čajkovskij lo suonavo sempre in pubblico, quando ero a Mosca per il concorso nel 1974, perché i russi lo amavano; Clair de lune è dedicato alla mia seconda nipote che si chiama Lua, cioè luna, in portoghese; i Notturni di Chopin li eseguivo in duo con mia sorella nella trascrizione per violino e pianoforte… E così via, ogni brano è legato alla mia esistenza e alla mia famiglia».

Si sente più a suo agio con l’orchestra o con lo strumento?

«Ho sempre trovato molto strano il ruolo del direttore, che è l‘unico che non suona. Guidare un’orchestra mi pare interessante soprattutto nella fase che precede l’esecuzione. Mi sento come l’allenatore di una squadra di calcio: si fa un piano della “partita”, cioè il concerto, si controlla tutto quello che gli altri fanno, si trovano gli equilibri per realizzare un’idea generale. È come se si collaborasse a un quadro, senza però avere la soddisfazione di averci messo le mani sopra. Alla fine mi rendo conto che produrre suono direttamente dalle proprie mani è un’altra cosa e che ho bisogno di suonare, altrimenti ci si sente incompleti.

Allora perché non continua col pianoforte?

«Non lo so, forse farò altre cose col pianoforte, ormai però non mi sento più da anni un pianista, dovrei rimettermi a studiare seriamente la tecnica. E comunque, nonostante tutto, sono sempre stato più attratto dalla musica sinfonica».

Lei è attivo nella battaglia per la salvaguardia per l’ambiente. Come nasce questo suo interesse?

«Ha avuto origine quando vivevo a Roma, l’estate andavo con la mia famiglia al mare, a San Felice Circeo. Vicino a casa nostra c’era un altro direttore d’orchestra, Peter Maag, il quale mi disse che si sarebbe trasferito altrove per via dell’inquinamento e dell’incuranza della gente nello gettare i rifiuti. Mi sono così scoperto sensibile alle questioni ambientali. Come musicisti non possiamo risolvere i problemi, ma in quanto personaggi pubblici possiamo sollevare l’attenzione e allora ho pensato a festival musical ecologici per bambini, costruendo programmi musicali sugli elementi naturali, o gli animali, sempre con un messaggio ecologista. È una piccola cosa per sensibilizzare l’opinione pubblica».

Trova rapporti tra musica e politica?

«La politica non si occupa di musica perché non la ritiene tra le cose più importanti, e in generale i politici non hanno rapporti con compositori o direttori d’orchestra. Preferisce avere rapporti con le forze dell’ordine perché attraverso di loro possono gestire il potere, con noi non ci riuscirebbero. Tuttavia quello che mi sembra di notare è che la musica classica ormai sia così radicata, tanto profondamente, che sia impossibile ignorarla o porle dei limiti. Si potrebbe osservare che, come avviene in Italia, i teatri si trovino in difficoltà, ma credo che le difficoltà siano necessarie, servono a fare meglio. La cosa peggiore nell’arte è il “comfort”, senza crisi e senza sforzo non si va avanti. L’errore più grande che si può fare adesso è quello di smettere di impegnarsi; ora piuttosto è il momento di studiare di più. Una frase del mio maestro Carlo Maria Giulini mi ha sempre accompagnato: “ci vuole tempo”. Voleva dire che tutto si può fare attraverso lo studio e che prima o poi si riesce».

 

* versione integrale dell’intervista pubblicata su “la Repubblica” del 9 aprile 2014 a pag. 49

 

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